venerdì 18 agosto 2017

La Guerra del Peloponneso, crepuscolo della Grecia classica.

La Guerra del Peloponneso, crepuscolo della Grecia classica.

Schieramenti

Long walls
La guerra del Peloponneso è stata il primo vero conflitto “mondiale” della storia umana. Con i suoi trent’anni di scontri, tregue, cambi di alleanze, rivolte, battaglie ed eccidi di civili ha molto in comune con le guerre della prima metà del XX secolo.
Il contrasto tra ideologia democratica e imperialista di Atene e oligarchica e conservatrice di Sparta ricorda le divisioni ideologiche tra gli opposti schieramenti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.
Persino singoli eventi, come l’invasione fallita della Sicilia (che può rimandare alla catastrofe di Gallipoli o a quella di Stalingrado) o l’assedio di Atene che resisteva grazie al suo porto e alla superiorità sul mare (come i britannici contro Hitler che aveva conquistato la Francia) possono essere letti in chiave moderna.
Ma quali sono le ragioni di un conflitto che, per la prima volta, mise i greci tutti contro tutti, in una guerra fratricida che insanguinò il mondo classico che si era salvato – più o meno unito – dalle ripetute invasioni persiane del 490 e del 480 a.C.?
Giusto cinquant’anni prima Sparta e Atene, l’una dotata del più potente esercito terrestre della Grecia e l’altra della migliore marina, avevano ridimensionato la superpotenza mondiale dell’epoca, la Persia.
Ancora oggi i nomi di Maratona, Termopoli, Platea e Salamina richiamano alla memoria lo scontro tra autocrazia orientale e libertà occidentale.
Ad ogni modo, soprattutto nel conflitto del 480, Sparta e Atene si erano poste alla guida delle póleis elleniche, conducendole ad un’insperata vittoria sulla macchina da guerra del Re dei Re persiano, Serse.
Quella guerra aveva unito i greci, ma aveva evidenziato anche i loro punti di forza e debolezza: la potenza lacedemone era fortemente militarista e conservatrice, aveva una divisione per caste ferrea e solo in pochissimi – gli spartiati – godevano di pieni diritti politici; Atene, al contrario, era una società raffinata, multiculturale e orientata ai traffici commerciali. Entrambe avevano gustato il sapore della vittoria e del potere che ne derivava e, ora che il pericolo persiano si era allontanato, si iniziavano a confrontare nella prima Guerra Fredda della storia umana.
Tutte e due le polis avevano stretto patti di alleanza con altri centri più o meno piccoli, creando nel tempo delle reti di alleanze che si trasformarono in schieramenti contrapposti.
Come Stati Uniti e Unione Sovietica più di duemila anni dopo, Sparta e Atene non vennero alle armi direttamente, ma all’inizio fecero cozzare tra loro le città minori, sostenendole in piccoli conflitti locali e al massimo protestando con i rispettivi ambasciatori.
Schieramenti.
Le prove generali della Guerra del Peloponneso iniziarono intorno al 460, appena vent’anni dopo la vittoria contro i persiani. 
Atene aveva creato la Lega di Delo per unire varie póleis marittime per prevenire una nuova invasione. Era la NATO dell’epoca e ne condivideva molte caratteristiche: a capo indiscusso dell’alleanza stava una sola città, Atene, mentre le altre fornivano contingenti minori di uomini e navi oppure solo denaro, che serviva a finanziare il potenziamento della flotta militare ateniese. 
Dal 478, anno di fondazione, fino al 454, la cassa comune della lega venne posta nell’isola sacra di Delo, dentro un tempio. In quell’anno, viste le stringenti necessità belliche e pubbliche di Atene, il tesoro venne trasferito sull’acropoli e divenne una vera e propria tassa di città suddite a quello che stava diventando l’impero ateniese.
Pericle, capo supremo della sempre più florida e orgogliosa metropoli, aveva creato una sofisticata democrazia che con l’America attuale condivide la volontà di potenza, la ricerca di nuovi mercati commerciali, l’imposizione della democrazia nelle città alleate e un forte apparato militare navale.
Tutti ricordano l’Atene d’oro di Pericle, faro di cultura e bellezza – tutte cose verissime -, ma dimentica con che cosa queste venissero finanziate e il malcontento generale che, pian piano, iniziò a covare sotto le ceneri tra gli alleati.
Ad ogni modo negli anni ’50 del V secolo a.C. Atene era indubbiamente il centro del mondo greco, in uno stato di grazia tale da portarla all’egemonia sull’Egeo, all’alleanza con Argo e la Tessaglia che gli garantivano anche un buon esercito terrestre e perfino a tentare di strappare l’intero Egitto alla Persia, per consegnarlo nelle mani di una dinastia autoctona amica – o meglio dire vassalla – di Atene.
La città aveva ancora un solo punto debole: 
il suo cuore, l’acropoli, era distante dai suoi porti commerciali e militari del Pireo e del Falero. Con una geniale scelta strategica gli ateniesi decisero di innalzare delle mura – chiamate makrá téiche – lunghe sei chilometri. Un possente bastione in pietra a nord e uno a sud proteggevano una strada militare interna che garantiva il collegamento di Atene al suo polmone vitale: il mare. Con la costruzione delle lunghe mura Atene diveniva simile ad un’isola fortificata, nel senso che non poteva essere catturata da un esercito solo terrestre visto che con le dotazioni degli eserciti dell’antica Grecia era pressoché impossibile espugnare una città fortificata, se non inducendola alla resa con un lungo assedio.
Sparta, al contrario, era alle prese con una pesante crisi interna dovuta alla rivolta dei messeni, un popolo del Peloponneso sconfitto da tempo e posto in condizione di schiavitù dagli spartani.
Questo stato di cose, che metteva la città dell’Attica in netto predominio, mutò dopo la sconfitta nell’avventura egiziana e una serie di rivolte dovute alla sempre più netta trasformazione della Lega di Delo in un impero.
Nel 447 Atene perse il predominio sulla Beozia per mano di Tebe, alleata di Sparta, che cacciò i regimi democratici da vari centri della regione. La Tessaglia le rimase alleata, ma tiepidamente, e di sicuro non sarebbe scesa più in guerra al suo fianco. In più l’intera isola Eubea, tradizionale amica di Atena, si rivoltò e dovette essere inviato esercito e flotta per pacificarla.
La goccia che fece traboccare il vaso fu però l’interessamento ateniese sui traffici marittimi con le colonie della Magna Grecia, l’attuale sud Italia, cosa che andava a cozzare con gli interessi di Corinto, potente alleata di Sparta. Corinto convocò nel 432 l’intera Lega del Peloponneso, antagonista di quella di Delo come il Patto di Varsavia lo fu del Patto Atlantico, per richiedere provvedimenti decisivi contro l’arroganza e la superbia di Atene.
In pratica Atene stava mettendo il becco tra Corcira – l’attuale Corfù – ed Epidamno – l’attuale Durazzo, in Albania -, cercando di favorire in entrambi dei governi democratici. L’area però era considerata da Corinto come sua zona d’influenza, anche perché Corcira era una sua vecchia colonia. A complicare le cose la potente capitale dell’Attica stava assediando Potidea, altra colonia di Corinto sulla penisola calcidica e impediva ai cittadini di Megara, polis strategica tra l’Attica e il Peloponneso, di commerciare con le città-stato della Lega di Delo, puntando a creare un embargo commerciale che la strozzasse economicamente, facendola cadere sotto la sua influenza.
Si giunse ad un ultimatum: Atene doveva smettere con la sua politica aggressiva e lasciare in pace gli interessi di Corinto e di Megara. Perikles, che aveva in pugno l’assemblea della sua città, convinse gli ateniesi a rigettare orgogliosamente le minacce di Sparta e dei suoi alleati e fu la guerra.
Perikles aveva un piano ben preciso. 
La fanteria di Sparta era notoriamente la migliore della Grecia e la seconda in ordine di disciplina era quella di Tebe. Unite assieme creavano una falange oplitica virtualmente invincibile, perciò sarebbe stato folle tentare di opporsi a loro in campo aperto. Partendo da questo presupposto, sapendo di poter contare di una città fortificata inespugnabile grazie alle lunghe mura e di una ricchezza economica basata sui commerci e la flotta militare, l’idea vincente sarebbe stata una guerra di logoramento.
Atene avrebbe accolto tutta la popolazione dell’Attica dentro i suoi bastioni e avrebbe lasciato agli spartani un territorio che, ulivi a parte, non era particolarmente florido. Mentre questi si sarebbero potuti accanire solo contro le casupole di contadini abbandonate, la marina da guerra ateniese avrebbe attaccato con contingenti di opliti e fanteria leggera le coste del Peloponneso, bruciando i campi coltivati su cui si basava la molto più povera economia spartana.
Insomma, entro qualche anno gli alleati peloponnesiaci si sarebbero trovati con eserciti frustrati, un territorio devastato e risorse finanziarie ridotte a zero, dovendo chiedere un’ignominiosa pace.
Fu in questo modo che, nel 431 a.C., Atene e Sparta fecero sprofondare l’intera Grecia in guerra.
L’inizio fu uno strepitoso successo della strategia ad ampio respiro di Perikles: Archidamos II, uno dei due re di Sparta, cercò di attirare le truppe ateniesi fuori dalle mura saccheggiando campi e villaggi abbandonati, poi trattò con Siracusa e perfino con il vecchio nemico persiano per disporre di navi da opporre a quelle ateniesi. Mentre i suoi tentativi venivano frustrati ripetutamente Perikles guidava una flotta di 150 triremi intorno al Peloponneso, devastando ogni città non sufficientemente presidiata e prendendo Egina, un isoletta dirimpettaia e antagonista di Atene, che venne colonizzata con cittadini fedeli.
Sembrava fatta, ma la natura ci mise lo zampino: 
la polis non era fatta per contenere al suo interno l’intera popolazione dell’Attica. Le precarie condizioni igieniche di quell’assedio prolungato furono il ricettacolo perfetto per un epidemia di peste emorragica – o forse tifo – che tra il 430 e il 429 flagellò Atene, causando la morte di 1/3 dell’intera popolazione cittadina, compreso Perikles.
Con la perdita del grande leader la situazione degenerò. 
La fazione democratica passò sotto la guida di Kleon, fautore di una politica aggressiva e intransigente contro la fazione interna favorevole alla pace – guidata dall’aristocratico Nikias – e contro gli alleati riottosi.
L’esempio più drammatico fu l’assedio di Mitilene, ricca città marinara facente parte della Lega di Delo che aveva manifestato la volontà di sottrarsi all’alleanza.
Kleon, per dare un esempio durissimo a tutti coloro che potevano anche solo supporre di abbandonare la lega, inviò flotta ed esercito ad espugnare la cittadina e, una volta presa, convinse l’assemblea a decretare una sentenza atroce: soppressione di tutti i cittadini maschi e la riduzione in schiavitù di donne e bambini. Era troppo e la mattina successiva la decisione fu almeno in parte rivista, con la condanna a morte di “soli” 1.000 cittadini di Mitilene, considerati i fautori della rivolta, la distruzione delle mura e la consegna della flotta.
La democrazia di Atene si stava trasformando sempre più in una feroce tirannia, cosa che venne confermata dai disordini di Corcira, città che solo pochi anni prima aveva fatto degenerare la situazione politica dell’Ellade fino al conflitto.
La polis sita nella moderna isola di Corfù era una colonia di Corinto ma da tempo aveva un governo democratico filoateniese. Con la guerra vi erano stati dei cambiamenti politici e il partito oligarchico, salito al potere, dichiarò la neutralità della città e proclamò di voler evitare spargimenti di sangue tra i suoi cittadini.
Atene inviò una piccola flotta che venne allontanata da una potente squadra spartano-corinzia, ma appena questa si allontanò soddisfatta arrivarono i rinforzi ateniesi che diedero via libera agli esponenti del partito democratico di Corcira, che iniziarono una spietata caccia all’uomo degli oligarchi filospartani.
“Imperava la morte, con i suoi volti infiniti: 
e come di norma accade in circostanze simili, si raggiunse e superò di molto ogni argine d’orrore. Il padre accoltellava il figlio: dagli altari si svellevano i supplici e lì sul posto si crivellavano di colpi. Alcuni furono murati e soppressi nel tempio di Dioniso.(…) Dunque, al seguito delle sommosse civili, l’immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s’estinse. Dilagò e s’impose nei personali rapporti, in profondo, un’abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d’adeguata difesa che concepire, sereno, d’aprir l’animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all’acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell’ansia d’esser trafitti prima d’avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all’azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero”
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, III, 83-85
Negli anni successivi la guerra proseguì con alti e bassi, con battaglie, scontri e massacri che si estesero anche al mondo greco delle colonie, come in Sicilia e nell’Italia meridionale, dove le póleis si schierarono per Atene o per Sparta.
Nel 425 gli ateniesi conquistarono Pilo nel Peloponneso e iniziarono a fortificarla per creare una base avanzata per le incursioni in Messenia, terra sempre riottosa al dominio spartano. Gli spartani decisero di effettuare una prova di forza e dare scacco a quell’operazione nemica assediando la guarnigione ateniese. Per bloccare Pilo inviarono un contingente scelto di opliti spartani nell’isola di Sfacteria e attaccarono senza successo il contingente ateniese, comandato da Demosthenes.
Le fortificazioni ben studiate e lo spazio angusto, oltre che l’utilizzo di truppe leggere di supporto, favorì gli ateniesi, che si ritrovarono vittoriosi e con la possibilità di assediare a loro volta il contingente di spartiati a Sfacteria.
Arrivò per giunta Kleon con i rinforzi e subito, mantenendo fede al suo carattere aggressivo, assaltò Sfacteria, pregustando una vittoria contro le invincibili truppe spartane. Alla testa di truppe fresche occupò prima la spiaggia dell’isola e costrinse gli spartiati a ritirarsi all’interno e poi, dopo un duro assedio, li indusse ad arrendersi e a consegnarsi prigionieri, fatto mai accaduto prima nella storia di Sparta. 
Lo shock sul mondo greco fu impressionante, un mito era caduto contro truppe leggere come arcieri e peltasti armati di giavellotto.
Questo successo in terra peloponnesiaca, unito ad ulteriori conquiste di basi e città, costrinse gli spartani a tenere nella regione una parte importante delle loro forze, riducendo la loro capacità di invadere l’Attica o di sostenere alleati lontani.
Ma la marea, che sembrava tornata in favore degli ateniesi, cambiò nei due anni successivi: nel 424 Brasidas, generale spartano dotato di buon intuito strategico, decise di partire per la Tracia in modo da attaccare le ricche basi ateniesi della regione e restituire pan per focaccia ad Atene.
All’inizio questi ultimi, credendo che gli spartani non avessero la loro visione generale, sottostimarono la sua iniziativa e si dedicarono ad affrontare Tebe per il predominio sulla Beozia.
Fieri della vittoria contro gli spartani a Sfacteria pensarono di bissarla con un confronto in campo aperto contro i tebani, ma vennero duramente sconfitti a causa della superiorità numerica nemica in truppe leggere e cavalleria. Allo stesso tempo Brasidas aveva approfittato della poca attenzione ateniese per cogliere successi su successi tra Macedonia – dove si era alleato con il sovrano locale, Perdikkas – e Tracia, assediando e catturando l’importantissima piazzaforte di Anfipoli, che gli regalò la supremazia nella regione.
Nel 422 fu Kleon a muovere a nord, con l’obiettivo dichiarato di spazzar via Brasidas e riprendere Anfipoli. Riuscì a far cambiare partito a Perdikkas di Macedonia e ottenne il sostegno del re dei traci. 
Brasidas, ben conscio che l’unione degli alleati lo avrebbe posto in grave inferiorità numerica, assaltò con rapidità gli ateniesi, che si sfaldarono. Fu uno scontro caotico dalla mischia uscì una netta vittoria spartana, ma anche la morte di entrambi i comandanti, Brasidas e Kleon.
Scomparsi i più grandi protagonisti del conflitto Sparta e Atene si accorsero che la guerra stava dissanguando le loro casse e falcidiando la rispettiva gioventù. Per questo motivo si giunse alla Pace di Nikias, che prese il nome dall’aristocratico ateniese che era fautore di un accomodamento generale. Venne stabilito che i belligeranti avrebbero restituito i territori occupati nel corso del conflitto, entrambe le parti avrebbero restituito i prigionieri, i santuari comuni sarebbero stati riaperti (e quello di Apollon a Delfi avrebbe recuperato l’indipendenza) e che tali accordi avrebbero avuto una validità di cinquant’anni.
In verità, la tanto pomposa pace fu più che altro una tregua temporanea per rifiatare, riarmarsi e individuare nuovi leader per dare di nuovo la parola alle armi. Il più grande e controverso tra loro emerse ad Atene nella figura di Alkibiades. Questi era di nobilissime origini, facente parte della famiglia degli Alcmeonidi che vantavano statisti del rango di Kleisthenes e di Perikles.
Alkibiades aveva ereditato il carisma, la capacità oratoria e l’intuito militare da Perikles, ma non la moderazione e la saggezza e fu perciò causa dei peggiori disastri della sua città. Con infuocati discorsi fece sua l’assemblea e sabotò la pace in ogni modo.
Il punto di svolta della guerra si verificò in Sicilia. 
Anch’essa era divisa tra alleati e simpatizzanti di Atene o di Sparta. 
La più potente polis era Siracusa, dotata di un esercito, una flotta e un’economia di primo piano. Alkibiades propose agli ateniesi di muovere guerra contro quest’ultima, impadronirsi delle ricchezze della Magna Grecia per finanziare il confronto finale con Sparta.
I preparativi ricordano molto la campagna alleata di Gallipoli, dove i britannici tentarono di tagliar fuori l’impero ottomano dal primo conflitto mondiale conquistando audacemente i Dardanelli e la capitale Costantinopoli, investendo ampie risorse della marina e della fanteria australiana e neozelandese. Il risultato, come andremo a vedere assieme, fu in entrambi i casi un disastro.
Atene schierò per l’impresa siciliana 134 triremi con un equipaggio di 25.000 uomini e 6.400 truppe da sbarco. Il comando fu affidato ad Alkibiades, a Nikias e a Lamachos. La flotta doveva partire nel giugno del 415 a.C. ma nella notte tra il 6 e il 7 di quel mese avvenne lo scandalo della mutilazione delle erme.
Le erme erano delle statue particolari con teste scolpite su pilastrini quadrangolari, sui quali a volte erano rappresentati anche i genitali maschili. Legate al culto della fertilità, la loro dissacrazione fu vista da molti come un segno premonitore di sventura per la spedizione imminente. Il peggio fu che divise i comandanti e ne indebolì il prestigio: Nikias fu sconvolto dal fatto perché era terribilmente superstizioso e religioso, ai limiti del bigottismo e della creduloneria; Alkibiades, vero ispiratore e leader della spedizione, ma conosciuto per il suo cinismo e per le bravate goliardiche, fu da molti individuato come l’ispiratore della mutilazione.
Alkibiades, a fronte del grave atto di accusa, chiese di farsi giudicare subito da un tribunale, in modo da eliminare ogni ostacolo alla partenza della spedizione. L’assemblea però decise di rinviare il dibattimento, consentendo a quest’ultimo di partire.
Da che mondo e mondo in guerra è meglio avere un solo comandante supremo, ma Atene in questo dimostrò poca attenzione. Lamachos, Alkibiades e Nikias avevano ognuno una strategia, chi più aggressiva chi più attendista. In più Alkibiades fu raggiunto dalla notizia che il processo sulle erme che si stava svolgendo ad Atene in sua assenza stava volgendo tutto suo sfavore, rischiando di trasformarsi in una condanna all’esilio o peggio a morte. Per questa ragione abbandonò l’esercito e la sua città natale e si rifugiò dai nemici spartani.
La combinazione del tradimento del nipote di Perikles e la proverbiale prudenza di Nikias condannarono fin da principio l’impresa già di per sé ambiziosa e piena di rischi. Mentre l’alcmeonide si prodigava per svelare i dettagli strategici, le ambizioni e i caratteri dei capi ateniesi alla mortale nemica peloponnesiaca, incitando ad inviare navi, generali e uomini in Sicilia, Nikias e Lamachos tentavano di stringere in una morsa Siracusa.
All’inizio, soprattutto grazie alla perizia di Lamachos e all’inesperienza sul campo dei coscritti siracusani, le cose andarono bene e ben presto parve che gli ateniesi avrebbero prevalso, aggiudicandosi la città più prospera del mondo greco dopo Atene stessa. Eppure tutto cambiò quando questi cadde durante una sortita degli assediati e Nikias, totalmente inadatto ad audaci tattiche offensive, perse l’occasione favorevole. Il suo perdere tempo e l’atteggiamento titubante diedero modo ai siracusani di riprendersi dagli scontri perduti, fare esperienza e preparare la riscossa.
In più Sparta inviò infine Ghylippos, comandante esperto che seppe forgiare le truppe, rinforzate da alcuni veterani spartani, corinzi e peloponnesiaci. Questo cambio di rotta condusse ad una vittoria sul campo dei siracusani, che alleggerirono l’assedio. Atene, allora, decise di inviare un ulteriore contingente di soldati e navi agli ordini di Demosthenes, in modo da aiutare l’inetto Nikias e cogliere la vittoria decisiva.
Questa fase ha un parallelo con la titanica battaglia di Kursk, dove i tedeschi tentarono di cambiare le sorti della guerra impiegando il meglio delle loro divisioni corazzate e la fanteria d’élite per spezzare la macchina bellica sovietica. Un grande azzardo, un giocare il tutto per tutto che costò loro – nonostante la vittoria tattica a caro prezzo – l’iniziativa sul fronte orientale, condannandoli a mantenere la difensiva per il resto della guerra, perdendo pezzo per pezzo tutto quello che avevano conquistato.
Con altre 73 triremi da guerra, 5.000 opliti scelti e 3.000 truppe leggere Demosthenes forzò Nikias all’assalto finale. Eppure l’assalto notturno, dopo un iniziale successo, finì di nuovo in stallo grazie ai veterani di Ghylippos che seppero infondere sufficiente desiderio di resistenza nelle truppe siracusane.
Quest’ultimo insuccesso fiaccò il morale degli ateniesi, a cui si sommò anche un’epidemia che decimò gli assedianti, che pensarono infine di ritirarsi prima di subire una totale disfatta. La partenza era ormai pronta quando, il 27 agosto del 413 a.C., si verificò un’eclissi di luna che suscitò il panico tra le truppe e Nikias, consultandosi con i suoi auguri, ritenne opportuno attendere il nuovo ciclo lunare non avendo visto la luna tornare limpida dopo il fenomeno. Quest’attesa permise a Siracusa di radunare rinforzi sia sul mare che sulla terra, cosa che porterà alla vittoria navale degli assediati e alla resa, dopo una mal guidata ritirata, oltre 7.000 uomini. Demosthenes e Nikias vennero uno ucciso in battaglia e l’altro giustiziato e i prigionieri morirono di fame o di stenti oppure vennero utilizzati come schiavi. Fu una catastrofe senza precedenti per Atene, che la portò al limite del collasso politico, sociale e militare.
A questo fatto, già di per se gravissimo, si aggiunse il perfido consiglio di Alkibiades che consigliò agli spartani l’occupazione della fortezza di Decelea, in Attica, che tagliò fuori Atene dai suoi rifornimenti di grano locali e soprattutto dal vitale argento estratto nelle miniere del Laurio, fondamentale per armare eserciti e flotte. Fu il colpo più basso mosso dall’acrimonioso esule alla sua città natale.
La debolezza della polis attica fu fiutata, come da un branco di lupi su un grande cervo ferito, dalle città della Lega di Delo, che proposero a Sparta una pace separata, l’uscita dall’alleanza e una sollevazione contro Atene. Persino il satrapo persiano dell’Asia Minore propose finanziamenti e supporto militare per schiacciare l’orgogliosa signora dell’Egeo.
Ma Atene aveva un ultimo asso da giocare. 
Da uomo saggio e previdente quale era, Perikles aveva fatto depositare nel Partenone un tesoro di 1.000 talenti – cifra astronomica per l’epoca, che equivale a circa 23 milioni di euro attuali – che si sarebbe dovuto utilizzare solo per gravissime emergenze. L’assemblea decise che il momento era arrivato e con quel denaro poté armare una nuova flotta, che doveva contrastare la sempre più numerosa marina nemica.
Le cose stavano girando male anche per Alkibiades, che al tradimento verso Atene stava aggiungendo anche quello contro Sparta, trattando in segreto con il satrapo Tissaphernes per far prolungare la guerra e non danneggiare troppo Atene, in modo da non trasformare la città lacedemone nella nuova superpotenza ellenica. Questo doppio gioco, infine scoperto, lo obbligò a fuggire sotto la protezione dei persiani e a riallacciare i contatti con la sua città natale tradita, proponendo finanziamenti e un cambio di sostegno del potente impero fondato da Cyrus il Grande se fosse stato riammesso ad Atene.
Ci furono conflitti interni nella città tra le fazioni oligarchiche, che volevano la pace e i democratici intransigenti, che credevano ancora nella possibilità di una vittoria finale. Dalla parte di questi ultimi cospirò anche il deterioramento dei rapporti tra spartani e Tissaphernes – con buona probabilità istigato da Alkibiades, che in quanto a capacità oratorie e di intrigo non aveva eguali -, che peggiorò la qualità della loro flotta e delle loro finanze, “dopate” dall’oro persiano ma mai state floride.
Pochi mesi dopo il governo democratico venne pienamente restaurato e si preparò a riaccogliere Alkibiades, il quale, tuttavia, preferì procrastinare il suo rientro in città solo dopo aver ottenuto un trionfo militare. Ora che era di nuovo alla guida della flotta la campagna che promosse nel 411-410 fu un pieno successo: tre chiare vittorie navali contro gli spartani e i siracusani permisero ad Atene di riottenere la superiorità sul mare e riconquistare molte città ribelli, forzandole a rientrare nella lega.
Gli spartani, demoralizzati, chiesero di intavolare trattative di pace, ma l’orgoglio degli ateniesi era tornato dopo lo smacco siciliano e questi chiesero una resa incondizionata che le avrebbe riconsegnato intatto il potente impero che deteneva all’inizio del conflitto. Perciò gli spartani chiesero, promettendo alla Persia la cessione dell’intera Ionia al loro dominio – un tradimento grave alla causa greca –, nuovo denaro per armare una flotta e reclutare rematori e marinai esperti da opporre ai veterani ateniesi. Il comando fu preso da Lysandros, protagonista della fine del conflitto.
Questi, futuro astro nascente spartano, seppe approfittare della poca esperienza di un comandante di Alkibiades per infliggere una sconfitta alla sua flotta presso Nozio. Questi, ben consapevole della leggerezza di aver lasciato ben 80 triremi nelle mani di un inetto e temendo un ennesimo processo, fuggì di nuovo, indebolendo per l’ennesima volta, in un momento delicato e decisivo, la leadership ateniese.
L’assemblea destituì tutti i comandanti che avevano fino a quel momento condotto delle buone operazioni difensive e offensive e li sostituì con dieci strategoi tra cui spiccava Perikles il giovane, figlio illegittimo del grande leader ateniese. Abbiamo già visto che in guerra è importante che a decidere sia un uomo solo e non dei comandanti con pari grado e che esercitano il comando a rotazione, ma si vede che Atene non aveva voluto imparare proprio nulla dall’esperienza siciliana.
Si arrivò così al 406, quando il successore di Lysandros, Kallikratidas, con un’imponente forza di 140 navi da guerra mise alle strette la flotta ateniese così mal guidata, minacciando di schiacciarla a Mitilene. Nella città attica scoppiò il caos nato dal terrore della fine. Con un ultimo guizzo di spirito patriottico fu deciso di giocarsi il tutto per tutto: 
vennero fuse le statue d’oro e fu garantita la libertà e i pieni diritti agli schiavi e ai meteci che avessero servito nella flotta. Nel giro di un mese vennero così equipaggiate oltre 100 triremi, inviate con celerità in soccorso degli assediati a Mitilene.
Kallikratidas, sicuro della vittoria, lasciò un pugno di navi a proseguire l’assedio e mosse con il grosso della flotta verso i rinforzi nemici, puntando alla gloria eterna. Spinti dall’intelligenza e dallo spirito che si accende nei momenti di disperazione, gli ateniesi elaborarono un’efficace tattica che mise a mal partito gli spartani. Alla fine della giornata erano andate a fondo solo 25 navi attiche contro le 70 lacedemoni e anche il generale nemico era caduto, regalando una boccata di insperato ossigeno agli ateniesi.
La vittoria poteva essere risolutiva ma i contrasti politici e l’esasperazione degli animi vanificarono il vantaggio acquisito: 
difatti gli strategoi vittoriosi vennero accusati di non aver prestato soccorso ai naufraghi e, giudicati davanti al tribunale popolare, vennero condannati a morte.
Per trovare un altro caso di suicidio politico-militare simile bisognerà aspettare fino al 454 d.C., anno in cui Valentinianus III assassinerà di sua mano il proprio magister militum Flavius Aetius durante il crepuscolo dell’Impero Romano d’Occidente.
Eppure, nonostante anche questo gravissimo sviluppo, le cose potevano finire ancora bene per Atene. La pesante sconfitta aveva riacceso a Sparta le voci di chi chiedeva una pace di compromesso con Atene. Dopo aspre discussioni il governo spartano offrì alla nemica la resa del forte di Decelea, il ritiro dall’Attica ed il ripristino dello status quo ante bellum. Assurdamente, l’assemblea ateniese rifiutò, speranzosa di una vittoria finale completa sul campo.
A questo punto anche Sparta decise di giocarsi il tutto per tutto, richiamò Lysandros, ottenne il sostegno del nuovo satrapo persiano Cyrus e mise in mare un’ultima flotta. 
Un vero armageddon si stava per profilare all’orizzonte.
Rafforzata la marina da guerra e consolidate le sue posizioni in Ionia, l’ammiraglio spartano intraprese una campagna di sistematica conquista delle città e delle isole alleate di Atene. Per sviare l’avversario volse la prua verso Atene, simulò un attacco ad Egina e a Salamina e proseguì fino alla città di Lampsaco, nell’Ellesponto, che cadde nelle sue mani. 
In questo modo, fu troncata la principale via di rifornimento per Atene e gli ateniesi non poterono far altro che inviare la loro intera flotta di 180 triremi nei pressi del fiume Egospotami, il più vicino possibile a Lampsaco, in modo da controllare le mosse dell’avversario.
Stupidamente i comandanti ateniesi, visto che Lysandros pareva poco propenso ad attaccare, fecero sbarcare i marinai per riposare e procurarsi del cibo di cui c’era carenza.
Secondo Xenophon, futuro eroe della marcia dei 10.000 che trascrisse nella sua Kyrou Anabasis, l’ultima orgogliosa flotta di Atene uscì in mare aperto, come era solita fare, mentre Lysandros restava nelle sue posizioni. Quando gli ateniesi tornarono al campo e si dispersero in cerca di cibo, allora il comandante lacedemone, senza colpo ferire, catturò le navi spiaggiate e fece prigionieri gran parte dei marinai.
Fu la catastrofe ultima, da cui Atene non si poteva più riprendere, né in termini materiali né in termini psicologici. Su quasi 200 navi all’orgogliosa potenza marinara rimanevano appena nove triremi. Lysandros era diventato il padrone dell’Egeo e conquistò, praticamente senza incontrare resistenza, la gran parte delle isole e delle città che erano state alleate di Atene e sostituì i governi democratici con regimi di tipo oligarchico.
A questo punto le lunghe mura non servivano più a niente perché Sparta poteva assediare Atene per terra e per mare, interrompendo i suoi rifornimenti in via definitiva. Dopo quasi un anno di assedio per terra e mare, nel marzo del 404 a.C., un Atene stremata e timorosa di rappresaglie decise di arrendersi.
Alcuni alleati di Sparta, rancorosi e inaspriti dal lunghissimo e sanguinoso conflitto, proposero la distruzione della polis, l’uccisione dei suoi cittadini maschi e la schiavitù per donne, vecchi e bambini.
Lysandros, conscio del prestigio della nemica sconfitta, fu più clemente: gli ateniesi vennero obbligati a consegnare la flotta tranne 12 triremi, dovettero sciogliere la Lega Delio-Attica, abbattere le Lunghe Mura, accettare al Pireo una guarnigione spartana e allineare la propria politica estera e interna – venne abolita la democrazia e stabilità l’oligarchia con il governo dei Trenta Tiranni – a quella della città lacedemone.
Era l’umiliante fine del sogno egemonico di Atene.
La guerra del Peloponneso cambiò il volto della Grecia antica: 
Atene, che dalle guerre persiane aveva visto crescere enormemente il proprio potere, dovette sopportare alla fine dello scontro con Sparta un gravissimo crollo in favore della forza egemone del Peloponneso.
Tutta la Grecia interessata dalla guerra risentì fortemente del lungo periodo di devastazione, sia dal punto di vista della perdita di vite umane sia da quello economico e, proprio per questo motivo, il conflitto viene considerato da molti storici come evento finale del secolo d’oro della civiltà ellenica.
In ultimo contribuì a creare quella convulsa fase di mancanza di leadership politica che aprì le porte a Philippos il Macedone e a suo figlio Alexandros, i soli che, da sovrani di un popolo considerato semi-barbaro dagli elleni, seppero unire con le loro falangi quello che Atene e Sparta non avevano saputo fare.

Alberto Massaiu

http://www.albertomassaiu.it/la-fine-delleta-doro-delle-poleis-greche-la-guerra-del-peloponneso/

Ada Luz Marquez. Disse la vecchia guaritrice dell'anima: Non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri. Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore. Ed è proprio lui, L' amore stesso, Che contiene la piu ' potente medicina.

Le dissero: – Non sarai in grado di sopportare l’uragano.
Lei rispose: – Io sono l’uragano.
Ada Luz Márquez


Non insistere, il fiore non sboccia
prima del giusto tempo.
Neanche se lo implori,
neanche se provi ad aprire i suoi petali,
neanche se lo inondi di sole.
La tua impazienza ti spinge a cercare la primavera;
quando avresti solo bisogno
di abbracciare il tuo inverno.
Ada Luz Màrquez


Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. 
E sai perchè figlia? perchè quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza.
Ada Luz Márquez, Hermana Águila



Le rughe dei miei occhi sono raggi di sole. Le rughe sulle mie guance sono onde del mare.
Le rughe della mia fronte sono onde di sabbia.
Il mio viso è una tela dove è impresso il paesaggio che ho vissuto, la grande opera infinita che è la vita. Il mio viso è la poesia di Madre Terra, scritta sulla mia pelle. Le mie risate e le mie lacrime, i miei canti ed i miei silenzi, la vita vissuta ad ogni respiro.
Amo le mie rughe e le mie cicatrici, perché mi ricordano che sono stata, che sono e che sarò sempre più grande di ogni possibile dolore.
Ada Luz Márquez


La felicità non è un traguardo
è il sentiero,
è l’atto stesso della gestazione di un sogno.
E’ deliziarsi con l’odore del pane
che si sta impastando,
è il costruirsi le ali e sentire mentre si intessono
l’immensa gratitudine di essere già in volo.
Ada Luz Márquez



Ada Luz Márquez, Ode alle donne imperfette.
"Le donne imperfette con orgoglio onorano le rughe e le cicatrici, perché con esse ricordano che sono state, sono e saranno più forti del dolore. Le donne imperfette hanno il coraggio di sognare ad alta voce, muovendosi in sincronia da vari mondi, creando una nuova tela in cui sono necessari tutti i colori e l'accettazione dei loro errori come apprendimento prezioso. Le donne imperfette rispetto tutta la vita e chiedono rispetto e giustizia per loro. Le donne portano radici imperfette ai piedi, ancorate alla Madre Terra. Hanno nei loro passi le antenate, sorelle, figlie e nipoti. Danzano attorno ai falò per mantenere viva la fiamma di tutte le donne che sono stati bruciate nel loro essere più imperfetto . Le donne imperfette celebrano l'immenso dono che la vita ha dato loro essere donne, godono della loro sessualità e difendono il diritto fondamentale di possedere i loro corpi e le loro vite. Le donne imperfette onorano l'altro, si tengono per mano e si sostengono celebrando i successi delle altre e piangendo insieme per i propri dolori. Le donne imperfette scelgono gli uomini imperfetti, sensibili, che camminano sul loro stesso sentiero. Le donne imperfette imparano che le loro mestruazioni sono un dono, una potente apertura in altri mondi. Esse comprendono che il dolore è segno di connessione con tutte le donne che le hanno precedute e comporta la riconciliazione con il proprio grembo e il grembo di Madre Terra. Le donne imperfette iniziano a ricordano che il sangue non è spazzatura, il proprio sangue è sacro e porta l'alchimia della vita Le donne imperfette chiedono giustizia in silenzio per i propri diritti e per la propria femminilità, perchè il silenzio contiene il grido di tutte le donne e il grido di ogni donna ha l'eco di tutte le canzoni, il cielo e tutti i voli, il seme di tutti i fiori. Nelle loro pance portano una canzone antica e sono incinte di speranza . Partoriscono le stelle perchè hanno bisogno di Luce. le donne imperfette dicono forte e chiaro che non hanno paura, camminano senza paura e senza amnesia in un mondo pieno di paura. Le donne non sono proprietà di chiunque perchè imperfette loro sono proprietà di loro stesse, non sono la costola di nessuno o l'oggetto del desiderio, nè sono invisibili. Sono donne e vogliono essere chiamate Donne. Le donne sono incredibilmente perfette quando hanno il coraggio di essere imperfette, quando hanno il coraggio di essere, né più né meno, di essere. Donne imperfette iniziano a sentire il desiderio di ristabilire il contatto con altre donne imperfette e ricordano a tutti che l'anima non dimentica. Ricordano che non sono sole, che non lo sono mai state,e non lo saranno mai. Perché essere imperfette le rende uniche, Uniche per il mondo, per loro stesse e per la loro Libertà". Ada Luz Márquez, Ode alle donne imperfette.




Disse la vecchia guaritrice dell'anima:
Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l'amore.
Ed è proprio lui,
L' amore stesso,
Che contiene la piu ' potente medicina.
Ada Luz Marquez

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https://youtu.be/jEPUBmzSRvg





https://youtu.be/MO6laVQGlWg


martedì 15 agosto 2017

‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austiraci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché, specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro.

‎“L’esistenza nella cittadina si faceva sempre più vivace, sembrava sempre più ricca e ordinata e assumeva un passo uniforme e un equilibrio fino ad allora sconosciuto, quell’equilibrio cui ovunque e da sempre tende ogni cosa ma che viene raggiunto solo raramente, parzialmente e per poco tempo”.
Ivo Andric, Il ponte sulla Drina





"Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austriaci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché, specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro."
‎Ivo Andric, Il ponte sulla Drina.







Ho letto qualche mese fa questo splendido romanzo di Andric che ha come unico e immutabile protagonista il Ponte in pietra sulla Drina situato nella città di Visegrad, che osserva fiero e solido le vicende umane e sopporta stoicamente le violente piene del fiume.
Davvero superba la prima parte dell'opera che narra le vicende legate alla costruzione del ponte, sia quelle vere e storicamente documentate sia quella trasfigurate dalle leggende popolari e dai miti dell'epopea nazionalistica.
Notevoli le figure dell'imam Ali-Hodza e dell'albergatrice ebrea Lotika, figure emblematiche della società multietnica della Bosnia ottomana prima e asburgica poi, società che però covava in seno il seme di quella tragedia spaventosa che fu la guerra nell'ex-Jugoslavia. Probabilmente questo romanzo ci aiuta comprendere, forse meglio di molti ponderosi saggi storici, le origini della guerra e dei massacri che a cavallo degli anni 80 e 90 del XXmo secolo hanno funestato quella parte della vecchia Europa.

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Commenti

Libro bellissimo, che acquistai su consiglio di un'amica. Anche io leggendolo ho capito meglio le ragioni che hanno portato al conflitto che ha insanguinato quei luoghi.




Invito a leggere anche i racconti di Ivo Andric e I tempi di Anika,dove l'autore ha mostrato tutto la sua potenza nel narrare.




l'episodio dell'impalatura mi ha fatto venire la sudarella fredda


‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
Incipit. 

Per la maggior parte del suo corso la Drina s'apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi cañon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o su entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Višegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un'improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzavnica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e avvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d'aria. In questo luogo in cui la Drina sembra sgorgare con tutto il peso della sua massa d'acqua, verde e schiumosa, da una catena ininterrotta di nere e ripide alture, si scorge un grande ponte di pietra, d'armonica fattura, con undici arcate ad ampio raggio. Questo ponte somiglia a una base dalla quale si apre a ventaglio tutta una pianura ondulata, con la cittadina di Višegrad, i cui dintorni, e le borgate distese sulla fascia delle colline, una pianura coperta di campi, di pascolo, di piantagioni di prugni, intersecata da siepi e quasi spruzzata di boschi cedui e di rade macchie d'abeti. In tal modo, guardando dal fondo del panorama, sembra che dalle ampie arcate del candido ponte scorra e si spanda non soltanto la verde Drina, ma anche tutta questa estensione, solatia e coltivata, con tutto quello che vi si trova e il cielo meridionale sopra.
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 



E così, tra il cielo il fiume e le montagne, una generazione dopo l'altra imparava a non compiangere troppo ciò che la torbida acqua si portava via; ché la vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il Ponte sulla Drina. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap VI

Il mio defunto padre sentì una volta da šeh-Dedija e raccontò poi a me quand'ero bambino, da che cosa deriva il ponte e come venne eretto il primo ponte del mondo. Quando Allah il potente ebbe creato questo mondo, la terra era piana e liscia come una bellissima padella di smalto. Ciò dispiaceva al demonio, che invidiava all'uomo quel dono di Dio. E mentre essa era ancora quale era uscita dalle mani divine, umida e molle come una scodella non cotta, egli si avvicinò di soppiatto e con le unghie graffiò il volto della terra di Dio quanto più profondamente poté. Così, come narra la storia, nacquero profondi fiumi e abissi che separano una regione dall'altra. [...] Si dispiacque Allah quando vide che cosa aveva fatto quel maledetto; ma poiché non poteva tornare all'opera che il demonio con le sue mani aveva contaminato, inviò i suoi angeli affinché aiutassero e confortassero gli uomini. Quando gli angeli si accorsero che [...] al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse. Per questo, dopo la fontana, la più grande buona azione è costruire un ponte. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap. XVI


Coloro che detengono il potere, infatti, dovendo opprimere per governare, sono condannati ad agire sensatamente; e se, trascinati dalla passione o costretti dagli avversari, oltrepassano i limiti della ragionevolezza, scendono su una strada lubrica, e con ciò stesso, da soli segnano l'inizio della loro rovina. Coloro che sono oppressi e sfruttati, invece, si servono facilmente sia del senno che della stoltezza, poiché questi sono soltanto due diversi tipi della loro arma nella perenne lotta contro l'oppressore, che a volte è subdola, a volte aperta. 
‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
cap. V




‎Ivo Andric. Il ponte sulla Drina. 
Capitolo 10. 
 L'ingresso solenne e ufficiale delle truppe austriache ebbe luogo appena il giorno dopo. Nessuno ricordava di aver mai sentito un tale silenzio sulla città. I negozi non furono neppure aperti. Le case avevano finestre e porte chiuse, sebbene fosse una giornata di fine agosto, assolata e calda. Le strade erano vuote, i cortili e i giardini sembravano morti. Nelle case turche dominavano l'abbattimento e la perplessità, in quelle cristiane la circospezione e la diffidenza. Ma ovunque e da tutti c'era il timore. Gli austriaci che entravano temevano le imboscate. I turchi avevano paura degli austriaci, i serbi degli austriaci e dei turchi. Gli ebrei avevano paura di tutto e di tutti, poiché‚ specialmente in tempo di guerra, chiunque è più forte di loro. Tutti avevano nelle orecchie l'eco del cannoneggiamento del giorno precedente. E se la gente avesse ascoltato soltanto la voce del proprio spavento, nessun'anima viva avrebbe in quel giorno sporto la testa fuori dalla propria casa. Ma l'uomo ha anche altri signori. Il reparto austriaco entrato nella cittadina il giorno prima aveva trovato il "mulazim" e i gendarmi. L'ufficiale che comandava il reparto aveva lasciato al "mulazim" la sua spada ordinandogli di rimanere in servizio e di continuare a salvaguardare l'ordine in città. Gli era stato detto che, all'indomani, un'ora prima di mezzogiorno, sarebbe arrivato il comandante, un colonnello, e che all'ingresso in città avrebbero dovuto aspettarlo le persone più ragguardevoli, rappresentanti tutte e tre le fedi. Il canuto e rassegnato "mulazim" aveva subito mandato a chiamare Mula Ibrahim, Huseinaga, il "muderis", "pop" Nikola, e il rabbino David Levi, per comunicare loro che, "in quanto uomini di legge e maggiorenti", l'indomani, a mezzogiorno, avrebbero dovuto aspettare sulla "porta" l'arrivo del comandante austriaco, salutarlo a nome della popolazione ed accompagnarlo fino al mercato. Molto prima del tempo stabilito i quattro "uomini di legge" si trovarono nella piazza deserta, e, a passi lenti, s'incamminarono verso la "porta". Qui Salko Hedo, aiutante del "mulazim", insieme con un gendarme, aveva già disteso un lungo tappeto turco dai colori vivaci e aveva con esso ricoperto i gradini ed il centro del sedile di pietra sul quale si sarebbe assiso il comandante austriaco. Se ne stettero lì per un po' di tempo, austeri e taciturni, e poi, vedendo che lungo la bianca strada da Okolishte non c'era neppure la traccia del comandante, si dettero un'occhiata e, come per un accordo, si misero a sedere sulla parte scoperta del sedile di pietra. "Pop" Nikola tirò fuori una grande tabacchiera di pelle e offrì tabacco anche agli altri. Così sedettero sul sofà, come una volta, quando erano stati giovani e spensierati e, al pari degli altri giovani, avevano ingannato il tempo sulla "porta". Ma adesso erano tutti già in là con gli anni. "Pop" Nikola e Mula Ibrahim erano uomini anziani, e il "muderis" e il rabbino maturi, vestiti a festa e preoccupati per se stessi, e ciascuno per i suoi. Si guardavano sotto il cocente sole estivo, a lungo e da vicino, e si trovavano l'un l'altro invecchiati per i loro anni, e troppo smunti. E ciascuno ricordava degli altri l'aspetto che avevano posseduto nella giovinezza o nell'infanzia, quando erano cresciuti vicino a quel ponte, ognuno con la sua generazione, l'albero verde di cui non si sa ancora cosa potrà divenire. Fumavano, parlavano di una cosa e, col pensiero, ne rimuginavano un'altra, lanciando ogni istante occhiate verso Okolishte, donde doveva apparire il comandante dal quale adesso dipendeva ogni cosa e dal quale poteva venire anche per loro, per i loro fedeli e l'intera cittadina sia il bene che il male, sia la calma che nuovi pericoli. "Pop" Nikola, tra tutti e quattro, era indubbiamente il più calmo e il più quieto, o almeno così sembrava. Aveva oltrepassato la settantina, ma era ancora fresco e forte. Figlio del famoso "pop" Mihail, che i turchi avevano decapitato in quello stesso posto, "pop" Nikola aveva avuto una giovinezza agitata. Era fuggito più volte in Serbia, mettendosi al sicuro dall'odio e dalla vendetta di alcuni turchi. Con la sua natura sfrenata e col suo comportamento, aveva, in realtà, fornito anche i motivi per odi e vendette. Ma trascorsi gli anni tempestosi, il figlio di "pop" Mihail s'era insediato nella parrocchia del padre, s'era sposato ed era divenuto calmo. Quei tempi erano ormai lontani ed erano stati dimenticati. (“Da tempo ho acquistato un altro senno e i nostri turchi hanno abbassato la cresta”, diceva "pop" Nikola scherzando.) Erano già cinquant'anni che "pop" Nikola amministrava la sua estesa, dispersa e difficile parrocchia di confine, con calma e saggezza, senza grosse scosse e senza angustie, eccetto quelle che porta la vita di per se stessa, con la dedizione del servitore e la dignità del sacerdote, sempre dritto e imparziale, coi turchi, col popolo e con le autorità. Né prima né dopo di lui ci fu mai in alcun ceto né in alcuna fede un uomo che godesse di una considerazione così generale ed avesse un simile prestigio presso tutti gli abitanti della cittadina senza distinzione di confessione religiosa, di sesso e di età, come questo "pop" che tutti, da sempre, chiamavano "nonno". Per l'intera città e per l'intero distretto egli era la personificazione della Chiesa serba e di tutto ciò che il popolo chiama e considera cristianesimo. Per di più, la gente ravvisava in lui il prototipo del religioso e dell'autorità in generale, quale la città se lo immaginava in una circostanza come questa. Era un uomo di alta statura e di inconsueta forza fisica, non molto istruito, ma dotato di un grande cuore, dal senno retto e dallo spirito gioviale libero. Il suo sorriso disarmava, tranquillizzava ed incoraggiava; era l'indescrivibile ed inestimabile sorriso di un uomo forte, nobile, che viveva in pace con se stesso e con tutto quel che aveva intorno; i suoi grossi occhi verdi si restringevano, in quelle circostanze, in una stretta riga scura dalla quale promanavano auree scintille. E tale egli era rimasto fino alla vecchiaia. Indossando una lunga pelliccia di volpe, con la grande barba rossiccia che, col trascorrere degli anni, aveva cominciato a farsi brizzolata e gli copriva tutto il petto, con l'enorme calbacco sui rigogliosi capelli, che sul didietro gli si avviluppavano in una compatta treccia e si rivoltavano sotto il copricapo, egli passava per il mercato, come se fosse il sacerdote della cittadina vicino al ponte e di tutta quanta quella regione montana, e non soltanto da cinquant'anni in qua‚ solo per la sua chiesa, ma dall'inizio, dagli antichi tempi in cui il mondo non esisteva ancora e non era ancora diviso nelle fedi e nelle chiese attuali. Dai negozi, su entrambi i lati della strada, lo salutavano i negozianti, a qualunque religione appartenessero. Le donne si scostavano e, con la testa bassa, aspettavano che il "nonno" passasse. I ragazzi (perfino quelli ebrei) smettevano di giocare e di gridare, ed i più grandicelli si avvicinavano con aria seria e timorosa alla enorme e pesante mano del "nonno", per sentir riversarsi al di sopra delle loro teste rapate e dei loro volti arrossati dal giuoco la sua voce possente ed allegra, al pari di una buona e gradevole rugiada: “Evviva! Evviva! Evviva, figlio mio!” Questo atto di riguardo verso il "nonno" faceva parte dell'antico cerimoniale, universalmente accettato, col quale si erano succedute le generazioni nella cittadina. Anche nella vita di "pop" Nikola c'era un'ombra. Il suo matrimonio non era stato allietato da figli. Era stata una cosa indubbiamente grave, ma nessuno ricordava di aver sentito da lui o da sua moglie una parola di compianto o soltanto di aver sorpreso uno sguardo addolorato. In casa avevano sempre tenuto almeno un paio di bambini adottati presso i parenti di lui o di lei in campagna. Allevavano questi ragazzi fino a che si sposavano, e poi ne prendevano altri. Presso "pop" Nikola stava seduto Mula Ibrahim. Alto, magro e compassato, dalla barba rada e dai baffi pendenti, Mula Ibrahim non era molto più giovane di "pop" Nikola, aveva una grossa famiglia e una bella proprietà ereditata dal padre, ma era così sciatto, meschino e pavido, con occhi azzurri e svegli come quelli di un bambino, che rassomigliava ad un eremita e ad un viandante il quale vive d'elemosina piuttosto che all'imano di Vishegrad e a uno che potesse vantare un antico casato. Mula Ibrahim aveva un difetto: tartagliava, in modo grave e a lungo (“Bisogna non aver niente da fare per conversare con Mula Ibrahim”, dicevano scherzando gli abitanti della cittadina). Ma Mula Ibrahim era conosciuto per una vasta zona a causa della sua bontà e della sua coscienziosità. Da quell'uomo sprizzava dolcezza e serenità, e fin dalla prima volta che si avevano contatti con lui si dimenticavano il suo aspetto esteriore e la sua balbuzie. Egli attraeva verso di sè‚ tutti coloro che soffrivano di un dolore, della miseria o di qualsiasi altra pena. Fin dai villaggi più remoti la gente veniva a chiedere consiglio a Mula Ibrahim. Davanti alla sua casa c'era sempre qualche persona ad aspettarlo. Uomini o donne incerca di consiglio o di aiuto lo fermavano spesso per la strada. Egli non respingeva mai nessuno, né distribuiva costosi talismani o amuleti, come facevano gli altri imani. S'incamminava subito verso laprima zona ombreggiata o la prima pietra, un po' in disparte; l'uomo che lo aveva avvicinato gli esponeva a bassa voce la sua pena, MulaIbrahim lo ascoltava attentamente e commiserandolo, poi gli diceva qualche buona parola, trovando sempre le migliori soluzioni possibili, oppure affondava la scarna mano nella profonda tasca del suo giubbotto, e, badando che nessuno lo vedesse, gli metteva in mano qualche soldo. Per lui niente era difficile o ripugnante o impossibile, quando si trattava di aiutare qualche musulmano. Per questo aveva sempre tempo e trovava denaro. In casi di questo genere non gli dava fastidio neppure la balbuzie, poiché‚ quando parlava sottovoce col suo credente afflitto da una pena, egli stesso dimenticava che balbettava. Ognuno si allontanava da lui, se non completamente consolato, almeno momentaneamente tranquillizzato, avendo visto che qualcuno aveva sentito la sua pena come una pena propria. Circondato costantemente da ogni genere di preoccupazioni e di necessità, non pensando mai a se stesso, egli trascorse, o almeno così gli parve, tutta la vita sano, felice e facoltoso. Il "muderis" di Vishegrad, Husein "efendija", era piuttosto basso e pienotto, ancora giovane, ben vestito e ben curato. Aveva una barbetta nera, spuntata con ogni cura, che incorniciava l'ovale regolare del bianco e roseo viso dai tondi occhi neri. Era letterato, sapeva molte cose, ed egli stesso pensava di sapere ancora di più. Gli piaceva parlare e farsi ascoltare. Era convinto di parlar bene e ciò lo induceva a parlare molto. Si esprimeva con ricercatezza, impiegando parole velate, con movimenti misurati, tenendo un po' sollevate, tutte e due alla stessa altezza, le mani bianche, delicate, dalle unghie rosee, ombreggiate da fitti peluzzi neri. Parlando, si comportava come dinanzi a uno specchio. Possedeva la più grande biblioteca della città, una cassa di libri ferrata e ben chiusa, lasciatagli in eredità, in punto di morte, dal suo maestro, l'illustre Arapùhodgia; questi libri non solo li difendeva con ogni cura dalla polvere e dalle tarme, ma li leggeva anche, di rado e parcamente. E il fatto stesso di possedere un tale numero di volumi così preziosi gli conferiva prestigio presso gli uomini che non sapevano che cosa fosse un libro e accresceva il suo valore anche dinanzi ai propri occhi. Si sapeva che egli scriveva una cronaca sugli avvenimenti più importanti della città. Anche ciò aveva contribuito a creargli tra i concittadini la fama di uomo istruito ed eccezionale, poichè‚ si riteneva che, proprio per questo, in un certo qual modo egli avesse nelle sue mani il buon nome della cittadina e dei singoli individui. In realtà quella cronaca non era né vasta né pericolosa. Da cinque o sei anni, da quando il "muderis" l'aveva cominciata, aveva riempito in tutto quattro pagine di unfascicoletto. La maggior parte degli avvenimenti della città, infatti, non era ritenuta dal "muderis" abbastanza importante e degna di entrare nella sua cronaca, la quale era pertanto rimasta sterile, secca e scarna come una orgogliosa zitella. Il quarto degli "uomini di legge" era David Levi, rabbino di Visegrad, nipote del noto antico rabbino Hadgi Liatcho, che gli aveva lasciato in eredità il proprio nome, la dignità e gli averi, ma niente del suo spirito e della sua serenità. Era ancor giovane, piccolo e pallido, con gli occhi scuri vellutati e lo sguardo triste. Era indicibilmente pauroso e taciturno. Divenuto rabbino da poco, s'era sposato non molto tempo prima. Per apparire più importante e più grosso, portava un ampio e ricco vestito di panno pesante e aveva il volto coperto di barba e baffi, ma sotto quel vestito si intuiva un corpo debole, freddoloso, e attraverso la rada barba nera si scorgeva il cagionevole e infantile ovale del volto. Penava terribilmente ogni volta che era costretto ad andare in mezzo alla gente e partecipare a colloqui e a decisioni, poiché‚ sempre sisentiva piccolo, debole e impari ai compiti che doveva affrontare. Ora sedevano al sole e sudavano tutti e quattro, con indosso gli abiti da festa, emozionati e preoccupati più di quanto non desiderassero far vedere. Avanti, fumiamo ancora una volta; abbiamo tempo, accidenti a lui, non è certo un uccello che possa volare sul ponte disse "pop" Nikola, che ormai da anni aveva appreso a nascondere sotto gli scherzi la preoccupazione e il vero pensiero, proprio ed altrui. Tutti guardarono verso Okolishte, poi si rimisero fumare. La conversazione si svolgeva lenta e cauta e verteva sempre intorno al problema dell'attesa del comandante. Tutti erano d'opinione che "pop" Nikola avrebbe dovuto porgere il saluto e il benvenuto al colonnello. Con le palpebre socchiuse e le sopracciglia unite, sì che gli occhi gli formavano quella scura linea dalla quale promanavano auree scintille simili ad un sorriso, "pop" Nikola li guardò tutti e tre a lungo, in silenzio e attentamente. Il giovane rabbino moriva di paura. Non aveva forza per soffiare lontano da sè‚ il fumo che gli fluttuava a lungo tra i baffi e labarba. Il "muderis" non era meno spaventato. Tutta la sua loquacità e la sua dignità di uomo istruito, quel mattino, lo avevano abbandonato all'improvviso. Egli non si rendeva conto neppure approssimativamente di quanto sembrasse stravolto e di quanto fosse atterrito, perché‚ l'alta considerazione che aveva di se stesso, non gli consentiva di credere qualcosa del genere. Aveva tentato di tenere uno dei suoi forbiti discorsi, con gesti acconci per spiegare ogni cosa, ma le sue belle mani gli erano cadute da sole in grembo e la parola gli si era imbrogliata e spezzata. Si meravigliava, non riuscendo a capire dove fosse andata a finire la sua consueta dignità, e invano si tormentava per ritrovarla, cercandola come cosa cui da molto tempo era abituato e che ora, quando ne aveva più che mai bisogno, s'era sperduta chi sa dove. Mula Ibrahim era un po' più pallido del solito, ma per il resto tranquillo e sicuro di sè. Lui e "pop" Nikola si guardavano di tanto in tanto, come se si intendessero con gli occhi. Fin dalla giovinezza erano buoni conoscenti e amici, per quanto, in quei tempi, si potesse parlare di amicizia tra turchi e serbi. Quando, in gioventù, "pop" Nikola aveva avuto quei suoi "contrasti" con i turchi di Vishegrad ed aveva dovuto nascondersi e scappare, lo aveva aiutato Mula Ibrahim, il cui padre era molto potente nella cittadina. Più tardi, quando erano sopraggiunti tempi più calmi, i rapporti tra le due fedi erano divenuti più tollerabili e loro due erano entrati nella maturità; allora erano divenuti amici e si chiamavano scherzosamente l'un l'altro "vicino", dato che le loro case erano ai due estremi opposti della città. Durante le siccità, le inondazioni, le epidemie e le altre sventure di volta in volta sopraggiunte, s'erano trovati a svolgere il medesimo lavoro, ciascuno in mezzo al proprio popolo. E, in generale, ogni volta che si incontravano a Mejdan o ad Okolishte, si salutavano e chiedevano l'uno dell'altro notizie come in nessun posto fanno un "pop" ed un imano. In quelle occasioni "pop" Nikola indicava spesso con la pipetta la città giù accanto al fiume e diceva quasi scherzando: “Tutto quello che respira e striscia e parla con voce umana laggiù ce l'abbiamo sull'anima io e te”. “È così, perdinci, "vicino" rispondeva Mula Ibrahim tartagliando “davvero ce lo abbiamo.” (E gli abitanti della cittadina, che sapevano trovare frasi per ridere di tutto e di tutti, dicevano, a proposito di persone legate da amicizia: “Si amano come il "pop" e l'imano”. E questo, ormai, era diventato per loro un modo di dire). Ora, dunque, quei due si comprendevano bene, pur non dicendo neppure una parola. "Pop" Nikola sapeva che il momento era grave per Mula Ibrahim, e questi sapeva che neppure il "pop" era privo di preoccupazioni. E si guardavano come avevano fatto tante volte nella vita e in tante circostanze diverse: come due uomini che avevano sulla coscienza tutti coloro che camminavano su due zampe nella cittadina, il primo quelli che si segnavano, il secondo quelli che si inchinavano. A un tratto si sentì un rumore di trotto. Venne a gran carriera un gendarme su un piccolo ronzino. Ansante e impaurito, gridò già da lontano come un banditore: ”Ecco il signore, eccolo su un bianco cavallo!” Poi apparve anche il "mulazim", sempre tranquillo, sempre egualmente gentile e silenzioso. Dalla parte di Okolishte si alzava una nuvola di polvere. Quegli uomini, nati e cresciuti in quella remota regione della Turchia, e per di più della decrepita Turchia del diciannovesimo secolo, naturalmente non avevano mai avuto occasione di conoscere un vero esercito, forte e ben organizzato, di una grande potenza. Tutto ciò che, fino a quel momento, avevano potuto vedere, erano state le difettose unità dell'esercito del sultano, mal nutrite, miseramente vestite e non pagate regolarmente, o, ancora peggio, gli irregolari bosniaci, reclutati per forza, privi di disciplina e di entusiasmo. Avevano ora dinanzi, per la prima volta, la rivelazione della vera forza di un impero, un reparto vittorioso, abbagliante e sicuro di sè. Truppe siffatte dovevano abbacinare loro gli occhi e fermare le parole nella gola. Fin dal primo sguardo, dai finimenti dei cavalli e da ogni bottone delle divise dei soldati, si poterono intuire, dietro a quegli ussari e a quei cacciatori disposti in parata, vaste e solide retrovie, la forza, l'ordine e il benessere di un altro mondo. La sorpresa fu grande e l'impressione profonda. Avanti a tutti cavalcavano due trombettieri su due muscolosi cavalli pomellati, seguiva un reparto di ussari montati su morelli. I cavallierano strigliati e avanzavano come fanciulle, a passetti contegnosi. Gli ussari, coi loro berretti piatti senza visiera e i cordoni gialli sul petto, tutti giovani rosei e abbronzati dai baffetti ritorti, sembravano freschi e riposati come venissero allora dalla caserma. Dietro di loro cavalcava un gruppo di sei ufficiali, con in testa il colonnello. Su di lui si appuntarono tutti gli sguardi. Il suo cavallo era più alto degli altri, un balzano dal collo straordinariamente lungo ed eretto. Ad una certa distanza dagli ufficiali c'era una compagnia di fanti, cacciatori, con le uniformi verdi, le penne sui berretti di pelle e le cinghie bianche sul petto; chiudevano la scena e sembravano una foresta in movimento. I trombettieri e gli ussari cavalcarono davanti agli ecclesiastici e al "mulazim", si fermarono sulla piazza e si disposero ai lati. Le persone che erano alla "porta", pallide ed emozionate, si misero in mezzo al ponte, volgendo il viso agli ufficiali che sopraggiungevano. Uno degli ufficiali più giovani avvicinò il proprio cavallo al colonnello e gli disse qualcosa. Tutti rallentarono l'andatura. A qualche passo di distanza dagli "uomini di legge", il colonnello si fermò all'improvviso e scese, imitato dagli ufficiali che lo seguivano, come a un segnale convenuto. Accorsero i soldati che presero i cavalli e li portarono qualche passo indietro. Non appena ebbe toccato terra coi piedi, il colonnello apparve trasformato. Era piccolo, insignificante, stanchissimo, sgradevole e minaccioso. Come se, solo fra tutti e al posto di tutti, egli avesse fatto la guerra. Soltanto adesso si vide che, a differenza dei suoi ufficiali, dal volto chiaro e dai vestiti attillati, egli era dimesso nell'abito trasandato e trascurato. Aveva l'espressione dell'uomo che si prodiga senza riguardi, che si strugge da sè. Aveva il volto abbronzato, ispido, occhi torbidi ed irrequieti, e l'alto berretto un po' di sbieco. L'uniforme era sgualcita e troppo ampia per il suo magro corpo. Alle gambe calzava stivali dai gambali bassi e flosci, non lucidati. Avanzando a passi ineguali con il frustino in pugno, s'avvicinò. Uno degli ufficiali gli si mise di fronte, presentando gli uomini schierati dinanzi a lui. Il colonnello lanciò loro una breve e dura occhiata, con lo sguardo adirato, fosco, di chi si trovi sempre a dover affrontare penose faccende e gravi pericoli. E subito si potè osservare che egli non sapeva guardare altrimenti. Fu allora che prese la parola "pop" Nikola, con la sua voce tranquilla e profonda. Il colonnello sollevò la testa e fissò lo sguardo sul visodi quell'uomo robusto coperto dalla tonaca nera. L'ampia, placida maschera da patriarca biblico trattenne per un momento la sua attenzione. Si poteva non capire o fraintendere ciò che diceva il vecchio, ma la sua faccia non poteva non colpire. E "pop" Nikola parlava fluidamente e con naturalezza, rivolgendosi piuttosto al giovane ufficiale incaricato di tradurre le sue parole che non alcolonnello stesso. A nome degli ecclesiastici presenti, rappresentanti di tutte le confessioni, egli assicurava il colonnello che essi, insieme con la popolazione, erano disposti a sottomettersi alle nuove autorità e che avrebbero fatto tutto il possibile al fine di tutelare la pace e l'ordine che il nuovo governo chiedeva. Dal canto loro, pregavano che le truppe difendessero loro stessi e le loro famiglie e che rendessero loro possibile una vita tranquilla e un onesto lavoro. "Pop" Nikola parlò brevemente e concluse all'improvviso. Lo sbrigativo colonnello non riuscì a perdere la pazienza. Tuttavia non aspettò la traduzione del giovane ufficiale fino alla fine. Brandendo il frustino, lo interruppe con voce tagliente e diseguale: ”Bene, bene! Avranno protezione tutti coloro che si comporteranno bene. E debbono mantenere la pace e l'ordine dovunque. Altrimenti non possono pretendere niente.” E fatto un cenno con la testa, proseguì in avanti, senza salutare esenza guardare nessuno. Gli ecclesiastici si tirarono da parte. In mezzo a loro passò il colonnello, seguito dagli ufficiali e dai palafrenieri coi cavalli. Nessuno dette un'occhiata agli "uomini di legge", che rimasero soli alla "porta". Tutti erano delusi. Durante la mattinata e nel corso della notte precedente, nella quale nessuno di loro aveva dormito molto, essi si erano infatti chiesti centinaia di volte come sarebbe stato il momento in cui avrebbero ricevuto alla "porta" il comandante delle truppe imperiali. Se l'erano immaginato in tutti i modi possibili, ciascuno secondo il proprio senno e la propria natura, ed erano preparati al peggio. Qualcuno di loro s'era già visto condotto in esilio, nella lontana Germania, destinato a non vedere mai più la sua casa e la sua città. Qualcuno aveva rammentato le storie di Hajrudin, che, un tempo, aveva tagliato teste proprio su quella "porta". In tutti i possibili modi s'erano immaginati la cosa, tranne che nella maniera in cui s'era effettivamente svolta, con quel piccolo, ma acido e cattivo ufficiale, per il quale la guerra era divenuta la vera vita, e che, non pensando a se stesso e non tenendo conto degli altri, vedeva tutti gli uomini e tutte le terre intorno a sè‚ alla stregua di oggetti o mezzi di guerra e di lotta, e si comportava come se guerreggiasse per conto proprio e a titolo personale. Così rimasero fermi, guardandosi dubbiosi. Gli sguardi di ciascuno di loro, indifferentemente, chiedevano muti: "Siamo rimasti vivi e il peggio è veramente passato?... Cosa ci attende ancora, e che fare?". Il "mulazim" e "pop" Nikola si riebbero per primi. Pervennero alla conclusione che gli "uomini di legge" avevano compiuto il loro dovere e che ora non restava altro che andarsene a casa e raccomandare alla popolazione di non spaventarsi e di non fuggire, ma di stare bene attenta a quello che faceva. Gli altri, con le facce esangui e le teste vuote, accettarono questa conclusione come ne avrebbero accettato una qualsiasi altra, poiché‚ personalmente non erano in grado di concludere nulla.

Visegrad Bosnia Ponte Sulla Drina Ivo Andric


 

lunedì 14 agosto 2017

Sándor Marái, Il gabbiano. «Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».

Incipit.
“Riavvitò con estrema cura il cappuccio di ebanite della stilografica – un gesto lento e cauto da chirurgo che impugna il suo affilato strumento o da chimico che soppesa un'ampolla in cui sono racchiuse vita e morte: medicamento o veleno capace di sterminare interi villaggi. Da qualche tempo ogni sua azione era palesemente guardinga.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. 
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane».
Sándor Marái, “Il gabbiano”, Adelphi, Milano (traduzione di Laura Sgarioto)



Una persona può annientarne un'altra rifiutandosi di lasciarla andare, ma senza concederle nulla; legandola a sè, ma al contempo impedendole di avvicinarsi troppo, evitando di stringere con lei un vero legame. Chi viene separato e isolato in tal modo finisce per soccombere. Perchè resta solo, ma non è neanche del tutto solo, vive una specie di vincolo, ma chi lo tiene prigioniero non se ne prende cura...capisce?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 51


La realtà mostra il suo nuovo volto..e questo volto è di un'inquietante familiarità. Bè, rassegnati, pensa, e come una preda in una vertigine, si abbandona all'estasi oscura di questo desiderio e di questi minuti. Adesso sta vivendo davvero, con più foga, in maniera più profonda e avventurosa di quanto gli sia mai capitato in vita sua - con più autenticità e coinvolgimento che durante i suoi viaggi, tanto nella foresta scozzese quanto tra le braccia delle donne, o tra le scenografie fiabesche e le sfumature dai bagliori celesti e rosate dell'infanzia. Adesso si che sta vivendo, a quarantacinque anni, mentre la vita gli mostra il suo ghigno grottesco, il mescolarsi dei volti dei morti e dei vivi, la spettrale maschera prodotta nel laboratorio chimico dell'esistenza e della morte, il volto amato che ha fatto misteriosamente ritorno, nella sua realtà biologica e nella sua soprannaturale inverosimiglianza, all'ombra dell'oscuro batter d'ali della morte, nell'abbraccio tetro e possente della guerra.."In qualche angolo del mondo" o all'inferno ha cominciato a balenare un volto, il cui senso e messaggio equivalgono per lui all'amore. Ma io non sono più giovane, pensa con serietà, come se rispondesse a qualcuno. Non sono ancora vecchio, ma non sono più giovane, e di nuovo mi tocca rispondere ad una domanda simile. Sono davvero io a volere questo incontro?
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 62



No, creatura , ormai non riesci più a farmi soffrire…. Il dolore è passato. La vita l’ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo, imbalsamato come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi.
Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere.
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria.
Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. E’ così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo- la luce delle stelle o gli odori estranei- e cominciano ad avere paura e a ululare.
Il lutto è già dare un senso, una ragione e una pratica.
Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte.
E’ quel che accade a ogni idea e passioni umane".
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 74



“Vengono da così lontano. Attraversano paesi e mari ghiacciati.
E si riposano qui sul Danubio. Hanno bisogno di grassi.
E quanto è priva di scopo la loro vita! Non è così?...”
La donna alza gli occhi freddi e grigi, li fissa in quelli dell’uomo.
Con voce rauca dice: “Priva di scopo?...” e si stringe nelle spalle.
“Vivono. Vivono con grande energia…[...]

Sì, è evidente che i gabbiani vivono con grande energia, e non sono in molti a chiedersi se la vita di un gabbiano abbia uno scopo. [...] Per decenni ho percorso questo ponte due volte al giorno, e vedo ora per la prima volta i gabbiani, pensa. Li vedo con gli occhi di questa donna. Anche lei ha gli occhi grigioverdi come l'altra... come quelli di un uccello o di un animale. [...]

Chiude la finestra. Rimane in piedi, disorientato, nella stanza buia; non si è mai sentito solo come in quel momento. Ma al tempo stesso sente che una mano, quella che dirige il volo dei gabbiani e i passi degli uomini, gli si è posata sulla spalla. Attraversa come un cieco la stanza buia - eppure gli sembra che qualcuno lo stia guidando. [...]
Sándor Marái, “Il gabbiano”



"Non ricorda di essere già stata in questa stanza?"
"io?" dice la donna. E per un attimo chiude gli occhi, e con un lieve cenno di protesta si porta le mani al cuore."No" dice poi, con voce rauca, da molto lontano, prima di chiudere un'altra volta gli occhi.
E di nuovo sprofondano nel silenzio.
E' come se per un attimo la stanza sparisse attorno a loro. Come se stessero in silenzio nel folto di una foresta o negli abissi marini. In una penombra dai riflessi verdi che rivela un'antica e familiare dimensione della vita, acqua o memoria... mentre ricordi ancestrali nuotano silenti con pesanti pinne nella semioscurità. Non sono forse già stati insieme, loro due, in quella spaventosa e indifferente combinazione che è la vita, un incontrarsi di eventi e possibilità? Adesso la stanza è grande come il passato.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 90



Con un movimento leggero e naturale si china verso la donna, e la bacia. Quando l'attimo finisce, si guardano negli occhi. Poi l'uomo si riappoggia alla libreria, incrocia le braccia, fissa serio dinanzi a sè. La donna ha abbandonato la testa o la testa all'indietro sulla poltrona, le mani giacciono inerti sui braccioli, bianche, con le palme rivolte verso l'alto, quasi chiedessero oppure offrissero qualcosa in sacrificio. Tacciono, e il silenzio incide ancora più a fondo il ricordo di questo bacio. Il bacio è stato, e potrebbe essere uno dei baci che la magia dell'attimo uomini e donne si sono scambiati già miliardi e miliardi di volte: un bacio, perchè in fondo alla vita c'è il bacio; un bacio, perchè solo cosi i corpi riescono ad esprimere quel che cercano per tutta l'esistenza, un bacio, perchè tra uomo e donna ogni parola è superflua. Il bacio c'è stato perchè era giunto il momento, l'improrogabile momento del bacio, nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza bacio - un gesto indifeso e assetato, l'incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l'uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all'inizio dei tempi e della vita umana era spaventoso, cruento e mortale...Si sono baciati perchè non potevano fare altro. E ora tacciono.
Tacciono senza pathos, temono che persino il loro silenzio possa snaturare quel bacio: conferendogli in senso distorto o menzognero rispetto a ciò che ora sentono, perchè la corrente del bacio comincia ad irradiarsi nel loro corpo e nei loro nervi. Che bacio era?, pensa l'uomo. Ci sono baci che legano, pensa, e baci che subito chiariscono, spiegano, separano. Nel momento che segue il primo bacio, coloro che hanno compiuto quell'atto - compiuto?.. un vero bacio semmai, accade - , sanno già che quel contatto ha creato un legame, oppure ha stabilito una divisione? E i baci facili che aleggiano nel ripostiglio della memoria, come festoni colorati di un ballo...forse anche questo era uno di quei baci facili che, talvolta l'attimo sparge su di noi come una mano divina all'alba sparge coriandoli sulle coppie che ballano il valzer. Non sa rispondere, quindi tace.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag.  92


Il bacio c’è stato, perché era giunto il momento, l’improrogabile momento del bacio nel quale perde ogni senso tutto ciò che è accaduto e può accadere senza il bacio - un gesto indifeso e assetato, l’incontro di due epidermidi riarse, al di sopra delle abitudini, delle inclinazioni e dei riti, un morso ammansito, un comportamento da predatore ormai addomesticato che l’uomo custodisce nei nervi e nelle labbra, come il ricordo di qualcosa che all’inizio dei tempi e della vita era spaventoso, cruento e mortale … Si sono baciati perché non potevano fare altro. E ora tacciono ..
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i e i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome
Pag. 99


Sai, quando non si ha una casa, all'improvviso il mondo diventa cosi piccolo...Puoi metterti in viaggio come gli uccelli. come...si, li abbiamo visti oggi, come gabbiani. Soltanto che noi umani non possiamo viaggiare con un bagaglio cosi leggero", aggiunge seria. "Ci vuole uno spazzolino da denti, un abito da sera, e ci portiamo dietro anche i ricordi. Già, volare non ci riesce cosi facile. I ricordi ci tirano giù. Peccato."
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 101


Tutta questa realtà che ritorna, che non voglio lasciar andar via un'altra volta. Stai tranquilla, quali che siano le tue intenzioni nel mondo, riguardo a me o a te stessa, stai tranquilla, non è colpa tua, e per quanto siano segrete e tortuose le strade che ti hanno condotta sino a me, dall'estero o dall'inferno, non sei venuta ma ti hanno mandata. Non aver paura di te stessa e delle tue intenzioni, Unica Onda...vedi, neanch'io ho più paura di me stesso e delle mie intenzioni. Non voglio che te ne vada di nuovo...e questo non è facile da dire, se penso che la legge della ripetizione è un comando altrettanto inflessibile e immutabile, a quanto sembra, della legge del mutamento, e chi accetta il mutamento deve prepararsi alla ripetizione, dunque a tutto ciò che una volta è già stato dolore e umiliazione, e che certo si ripeterà di nuovo. Si ripeta pure.
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 120


“Quando la giovinezza se ne va la vita di colpo si arricchisce, si riempie di Dio, della morte e dell’amore. Prima era dominata dall’inquietudine e dal mutamento… E’ in un momento simile che tu sei venuta da me, e per questo ti ho accolta.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 133



E ora? Non hai paura, non ti vergogni ad accogliere nuovamente nella tua vita questa torbida e umiliante inquietudine? Le hai parlato di Platone perchè era arrivato il momento di parlare, e perche anche lo straordinario e il fenomenale si possono comprendere davvero soltanto attraverso le parole formulate e racchiuse in un sistema...Ma Platone dice anche altro dell'amore. Dove? Quando?...Si quando Cefalo discorrendo con il loquace Socrate gli cita Sofocle: "Sono proprio contento di essermi liberato dell'amore, come se mi fossi sottratto ad un tiranno folle e crudele." Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove stà il trucco... Nascondi
Sándor Marái, “Il gabbiano”, pag. 141



E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie.
Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime.
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Queste persone sono sempre massa, anche quando sono da sole. La loro anima è semplicemente un atomo dell'anima della massa: una brulicante impersonalità, che ha un'"opinione" su ogni cosa, e non ha una reale conoscenza pressoché di niente, ma spaurita, piroettando, scintillando, disorientata e senza uno scopo cerca una direzione in cui sciamare... Perché ti stupisci? Questa massa è il cascame di una civiltà; queste donne dal volto imbellettato come mummie egizie, questi uomini dallo sguardo fisso e crudele, che indossano i loro abiti borghesi alla moda dal taglio impeccabile neanche fossero la divisa di una società segreta. Ovunque gelida complicità.”
Sándor Marái, “Il gabbiano”


“Ormai lo so. Nelle ultime ore ho capito che gli uomini temono un unico momento: quello in cui la vita toglie loro la maschera, e sono costretti ad ammettere che quanto custodivano così spasmodicamente e gelosamente sotto la maschera, l’«io», non è così assolutamente individuale come essi, nella loro supponenza, avevano creduto. L’«io» è qualcosa che si ripete, si duplica, si mescola e si rinnova in eterno, e non è assolutamente personale. Poco fa ti ho baciata. Bene, sappi che non ho baciato soltanto te, una donna che è tornata a me attraverso le intricate vie del mondo, ma anche un’altra donna di cui tu sei stata parte, e che, pur morta e sepolta, è solo un frammento del fenomeno che tu chiami «io».”
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Fermi in mezzo al ponte sul Danubio che separa le città di Buda e Pest, un uomo e una donna osservano i gabbiani. 
Gli uccelli sostano qualche istante sulle onde ghiacciate del fiume cercando di bere l’acqua delle piccole pozzanghere che non si sono solidificate. 
Poi tutti insieme prendono il volo verso est. 
Sono bestie voraci, hanno lo sguardo obliquo e vengono dal nord. 
Proprio come lei, Aino Laine, la giovane finlandese che passeggia in compagnia del consigliere del Ministro degli Interni. 
I due si soffermano sul paesaggio e poi proseguono, per salutarsi infine all’angolo della strada. Si rivedranno tra poche ore per una serata di gala all’Opera. 
È un incontro molto strano quello tra il consigliere e la donna. 
Lei si è presentata alla porta del suo ufficio in tarda mattinata e arrivando ha portato con sé una sferzata di freschezza e un mistero: il suo volto è identico a quello di un’altra donna, Ilona, che morendo ha lasciato un vuoto incolmabile nella vita del consigliere. 
La reazione dell’uomo al cospetto di quel volto è stata una strana e beffarda ilarità, come se la vita gli stesse tirando un brutto scherzo e lui non volesse darle la soddisfazione di prenderla troppo sul serio. 
Ha esitato qualche istante prima di farla entrare e poi ha deciso di abbandonare ogni convenevole per riuscire a scoprire tutto di quella donna. È in questo modo che il consigliere inizia a indagare sulla vita della giovane finlandese domandandole ogni particolare senza preoccuparsi né del giusto riserbo né delle buone maniere. 
Neanche il pensiero della guerra riesce ad arginare il flusso dei suoi pensieri. 
L’ultimo atto che aveva controfirmato quel giorno, sanciva infatti l’ingresso in guerra del suo paese. Era un atto definitivamente tragico che lo aveva profondamente scosso, ma l’arrivo di Aino Laine aveva avuto su di lui un impatto ancora più forte. Non aveva creduto neanche per un momento alla sua storia, quella della studentessa in cerca del permesso di soggiorno e di una borsa di studio, anzi aveva subito pensato a qualche strano complotto, a un imbroglio, forse legato agli affari di Stato, forse alla misteriosa morte della sua giovane sosia, Ilona. 
Così, prima di rivedere la donna nel foyer dell’Opera, aveva ripercorso ogni momento della sua storia con Ilona e della sua triste fine. 
Aveva ripensato a suo padre, un pingue farmacista, alla sua tremenda rivelazione e ai suoi sospetti. 
Alla lezione di chimica a cui aveva assistito per conoscere da vicino l’uomo di cui Ilona era innamorata e che forse l’aveva portata al suicidio. 
Aveva rivissuto l’amore, la morte, la guerra e quel senso tremendo di vuoto che gli riempiva la vita. 
Solo alla fine di una lunga notte di confidenze, sospetti ma anche di tenerezza insieme ad Aino, era arrivato alla conclusione che quella donna fosse la personificazione della guerra, “perché la guerra si cela dietro molti travestimenti, e a volte si presenta con un abito di seta come questo.” 
Sándor Marái, “Il gabbiano”



Simurgh
Ha scritto il 19/06/14.
Ci siamo incontrati e ci siamo detti addio.
Una giovane e bellissima donna che si incipria il naso salendo le scale di un palazzo per essere ricevuta da un'alto funzionario del ministero e, quando entra, questo consigliere resta di stucco: è uguale come un clone alla donna che ha amato e che poi si è uccisa per un altro. L'uomo ha appena scritto il comunicato ufficiale dell'entrata in guerra della Bulgaria. Siamo nel '43. Lui ha 45 anni e comincia a sentirsi vecchio. Lei viene dalla Finlandia e ha 26 anni, mi pare. Il suo nome è Aino che, tradotto vuol dire Unica: Unica Onda. Aino Laine, le dice il Consigliere, “racchiude in sé due concetti commoventi e preziosi... l’unico, che è pathos e ossessione… e l’onda... che offre e toglie eternamente i suoi doni, fa incontrare il caso e la possibilità, crea un legame fra ciò che è unico e ciò che è casuale. Hai un nome bellissimo, Aino Laine. Non a caso è il tuo nome”.

La donna intende chiedere un permesso di soggiorno per vivere in quel paese, a Budapest.
Quel che accade, l'uomo lo definisce un prodigio.
Da subito quindi si ha questa percezione di trascendimento dell'ordine naturale delle cose, un'annunciazione delle divinità riferite al meraviglioso, all'incredibile, al miracoloso che stà per accadere. E insiste molto Marai, affinchè tu possa entrare in questa dimensione percettiva e cognitiva.
Sgomento, ambiguità, sospetto, sorpresa, turbamento e incredulità invece, è ciò che la donna avverte davanti alle congetture di quest'uomo. Un uomo che sviluppa un teorema per spiegarsi quel che, secondo lui, quella donna rappresenta, e cioè che lei non è solo lei ma anche quella donna che è morta suicida per amore di un altro uomo. Una sorta di clonazione, insomma. Un gioco ambiguo di maschere e specchi che mi ha dato la sensazione di un duello, tutto intellettuale, teso a smascherare ciò che l'altro nasconde.
(Il segreto è un altra parola chiave.)

"Che cosa si immaginava presentandosi a lui dalla strada, tornando indietro dal tempo e da una dimensione che è ancora più spaventosa di quella temporale e che si trova da qualche parte, al di là delle quattro dimensioni. laddove ormai non esistono corpi, figure e concetti normali, bensì regna un caos informe, nel quale si mescolano corpi, figure, fenomeni e impressioni sensoriali cristallizzate in ricordi?
La fanciulla-gabbiano, è un'esule e, più avanti nel racconto dirà:“quando non si ha più una casa, all’improvviso il mondo diventa molto piccolo… ci si può mettere in viaggio come i gabbiani. Ma volare come loro non è facile, perchè gli esseri umani si portano dietro anche i ricordi. E i ricordi ci tirano giù

Tutta la vicenda si svolge nell'arco di un giorno e una notte, mentre la guerra imperversa in Europa. Nel contempo un'altra guerra si annuncia dentro di lui, interiore, riferita al cuore, visto che della donna gabbiano si innamora. Lui che, con i sentimenti aveva chiuso, dopo il suicidio del suo amore.

"Questa cosa folle e crudele è tornata di nuovo nella mia vita. E' giunta dalla morte superando tutti gli ostacoli della vita, rinnovata e banale, un numero da illusionista di cui non oso scoprire dove sta il trucco...
Solo verso la fine però le maschere cadranno, anche se gli specchi confondono ancora, nebulosi e distorti. Non se ne esce da questo racconto con nessuna certezza, come in un thriller non svelato, l'assassino non è catturato, all'interno di “un circuito elettrico che collega tre persone e una defunta in una trama comune”. Più che il consueto triangolo, sarà un quadrilatero. 
E’ questa l’altra guerra che si cela dietro quella visibile: la guerra delle coppie. Ma nessuno storiografo ne ha mai scritto. Peccato... Però si tratta di una guerra, Aino Laine, e miete non poche vittime. E chi ne è consapevole, a una certa età e dopo aver accumulato una certa esperienza, soppesa l’eventualità della vita e della morte quando si china verso il volto di un altro essere umano per baciarlo, un essere umano che è sì una replica, ma - purtroppo, o grazie a Dio - è anche diverso. Ma poi lo bacia ugualmente, vedi... l’esperienza non gli è servita a nulla. E dice: “Tu”, e dice: “Resta qui”.

Si ha la sensazione che quell'uomo, il protagonista possa impazzire, che confonda quanto stà accadendo, la realtà con i sogni e il ricordo.
La nota della pagina 62 da un'idea di quanto il protagonista stava vivendo. Molto bella anche quella del bacio a pag. 92.
Il racconto è molto appesantito da elucubrazioni dell'autore, o dal protagonista a cui dà voce, tanto da sembrare, per certi versi quasi un saggio. Non perchè non siano interessanti e originali, ma perchè rallentano di molto il ritmo della storia.
Mi è piaciuto meno di altri suoi ma mi è piaciuto.
http://www.anobii.com/books/Il_gabbiano/9788845925955/01e8bea02925652da8


Mario Inisi Ha scritto il 08/08/13
Identità nascosta
La trama di questo libro è molto interessante. Una ragazza, identica alla donna amata dal protagonista, morta suicida anni prima, si presenta alla porta del suo ufficio per ottenere un permesso di soggiorno proprio alla vigilia della guerra. La somiglianza non tocca solo l'aspetto fisico. Certi tic, certi modi di fare, certi pensieri indicano con chiarezza una somiglianza anche nell'anima delle due donne.Ora, data la premessa, il lettore si aspetterebbe che questa somiglianza venga in qualche modo chiarita nel corso della storia. Escluse parentele biologiche, escluso che la ragazza non sia davvero morta, rimangono in piedi due ipotesi: o la ragazza è una spia e cerca di ottenere il permesso di soggiorno in modo subdolo e con calcolo sfruttando la sorprendente somiglianza cui aggiunge magari un'abile recita o è Dio stesso o la ragazza morta o il Destino che per qualche ragione giocano questo scherzo al protagonista, scherzo ancora più crudele considerato il nome della ragazza: Unica Onda. Il nome reca in sé la contraddizione stessa dell'esistenza della ragazza.
Alcuni episodi farebbero propendere per una soluzione, altri per l'altra. Certo è che l'incertezza sui sentimenti e sugli stati d'animo è una cosa, ma quella sull'identità biologica di una persona è ben altra cosa. Anche il lettore più sognatore si aspetterebbe una soluzione al problema non troppo filosofica. Mi chiedo se il fatto che la ragazza arrivi alla vigilia di una guerra non apra a una diversa lettura del testo in cui lei sia in qualche modo una figura simbolica di qualcosa che viene e va (la guerra, la pace, la vita umana?) come un'onda sempre uguale nella storia.

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