martedì 17 ottobre 2017

Murray Bookchin. La cultura, le relazioni sociali, il paesaggio urbano, i modi di produzione, l'agricoltura ed i trasporti di oggi hanno trasformato quello che una volta era il proletario in una moltitudine di piccoli borghesi insignificanti la cui mentalità si basa su un unico, utopico concetto, ovvero il "consumo fine a se stesso.

La cultura, le relazioni sociali, il paesaggio urbano, i modi di produzione, l'agricoltura ed i trasporti di oggi hanno trasformato quello che una volta era il proletario in una moltitudine di piccoli borghesi insignificanti la cui mentalità si basa su un unico, utopico concetto, ovvero il "consumo fine a se stesso.
Murray Bookchin è stato uno dei pensatori libertari più importanti del Novecento. 

Saggista e scrittore libertario, pioniere del movimento ecologista, è stato tra i primi a mettere in correlazione la questione ambientale e le strutture di potere economico e sociale che controllano la nostra esistenza.

Nato a New York nel 1921 da immigrati di origine russa, fu imbevuto dalla nonna materna di idee rivoluzionarie. Fin da giovanissimo fu convintamente anti-stalinista e con il passare degli anni si avvicinò ad idee anarchiche. Militante antirazzista e antifascista, nel corso del tempo elaborò una critica articolata tanto del pensiero capitalista che di quello marxista.

Noto per essere il fondatore del “municipalismo libertario”, la teoria secondo cui lo scardinamento di una società gerarchica passa attraverso la gestione collettiva di città, villaggi e piccole comunità, sosteneva la necessità di creare una democrazia diretta dal basso che pian piano andasse a sostituire le istituzioni burocratiche e governative

Lungimirante anticipatore di molte questioni che sarebbero emerse soltanto a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo, dedicò grande spazio nei suoi scritti alla critica del consumismo, dello stacanovismo, della cultura dell’esasperazione produttiva, dell’ambientalismo privo di connotazioni politiche e sociali, dell’egoismo come motore immobile del nostro tempo

A partire dalla fine degli anni settanta Bookchin divenne l’ispiratore di interi movimenti ecologisti, pacifisti, libertari e con il passare degli anni le sue opere arrivarono ad influenzare attivisti in tutto il mondo. Oggi, in particolare, l’organizzazione politica che gli abitanti del Rojava (Rovaja), balzati alle cronache per la loro battaglia indomita contro l’ISIS, si stanno dando si ispira in parte alle sue teorie.

Cannibali e Re

https://www.facebook.com/cannibaliere/?hc_ref=ARToytYZ7p5ziH1mj8ydr_EAzSZjSdzRKmJWaWku3Dbz0zGIHuGEtBmTQusRe1wmGEA



L'intera sua opera può essere considerata una progressiva "assunzione, sussunzione e superamento" (secondo le sue stesse parole) dei contenuti di diverse correnti ideologiche radicali del ventesimo secolo, del marxismo come dell'anarchismo, della Scuola di Francoforte come dell'urbanesimo utopistico di Lewis Mumford e dell'ecologismo. [...]

Nel 1952, Bookchin pubblica - sotto lo pseudonimo di Lewis Herber per sfuggire alla persecuzione del maccartismo - un articolo dal titolo The Problems of Chemicals in Food. Nel 1964 pubblica il libro Our Synthetic Environment (Il nostro ambiente sintetico), che precede di qualche mese il ben più noto Primavera silenziosa di Rachel Carson, in cui vengono denunciati gli effetti della chimica di sintesi ed in particolare dei fitofarmaci sulla salute dell'uomo. [...]

Nel 1982 pubblica la prima sintesi della sua riflessione e del suo impegno politico, Ecologia della libertà: «Il dominio dell'uomo sulla natura è originariamente causato dal dominio reale dell'uomo sull'uomo. La soluzione a lungo termine della crisi ecologica dipenderà da una trasformazione fondamentale di come organizziamo la società, una nuova politica basata sulla democrazia face-to-face, su assemblee di vicinato e sulla dissoluzione delle gerarchie».

«Parlare di limiti dello sviluppo nel mercato capitalistico», scriveva nel 1990 in Remaking society, rivolgendosi agli analisti del Club di Roma e ad autori come Lester Brown o Jeremy Rifkin, «è privo di significato; è come parlare di porre limiti alla guerra in una società guerriera... Il capitalismo non può essere più "convinto" a porre dei limiti al proprio sviluppo di quanto un essere umano possa essere "convinto" a smettere di respirare».


«L'immediato obiettivo dell'agenda del municipalismo libertario è di riaprire la sfera pubblica in opposizione ad ogni statalismo, di permettere il massimo di democrazia nel senso letterale del termine, di creare istituti che in forma embrionale possano dare potenza alla gente»; «Non vi può essere politica senza comunità. E per comunità intendo una libera associazione di cittadini su base municipale, rinforzata nella propria autonoma capacità economica dai propri organismi di base e il sostegno confederativo di altre comunità, organizzate in reti territoriali».
libro From Urbanization to Cities 
(1987, pubblicato in origine con il titolo The Rise of Urbanization and the Decline of Citizenship)

Oltre agli scritti propriamente politici, Bookchin ha elaborato una posizione filosofica che ha denominato "naturalismo dialettico", a partire dalla dialettica di Hegel.


Il suo ultimo testo pubblicato è stato The Third Revolution, una storia in quattro volumi delle correnti libertarie nei movimenti rivoluzionari in Europa e in America.

Fra i vari movimenti che si rifanno attualmente al pensiero di Bookchin vi è quello di Abdullah Öcalan e del Partito dei Lavoratori del Kurdistan che stanno tentando di realizzare a Rojava, Kobane e in tutto il Kurdistan un "confederalismo democratico" basato sulla democrazia diretta e un'economia solidale ed ecologica. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) è un'organizzazione di guerriglia in Turchia, che ha combattuto la Stato turco dal 1980 per cercare di garantire maggiori diritti politici e culturali per i curdi del paese. Anche se fondato su una rigida ideologia marxista-leninista, il PKK ha visto un cambiamento nel suo pensiero e nei suoi obiettivi dopo la cattura e la prigionia del suo leader, Abdullah Ocalan, nel 1999. Ocalan ha iniziato la lettura di una serie di teorie politiche post-marxiste, mentre era in carcere, e ha trovato particolare interesse nei lavori di Bookchin. Ocalan ha tentato all'inizio del 2004 di organizzare un incontro con Bookchin attraverso i suoi avvocati, e descrive se stesso come "studente" di Bookchin desideroso di adattare il suo pensiero alla società mediorientale. Sebbene Bookchin fosse troppo malato per accettare la richiesta, gli ha mandato un messaggio di sostegno. Quando Bookchin è morto nel 2006, il PKK ha salutato il pensatore americano come "uno dei più grandi scienziati sociali del XX secolo", e ha promesso di mettere la sua teoria in pratica. "Confederalismo Democratico", la variazione sul Communalismo o Municipalismo Libertario, sviluppato da Öcalan nei suoi scritti e adottato dal PKK, non cerca solo la difesa dei diritti dei curdi nel quadro della formazione di uno Stato indipendente curdo separato dalla Turchia. Il PKK sostiene che il suo progetto non è visto come rivolto solo ai curdi, ma per tutti i popoli della regione, indipendentemente dalla loro etnia, o religione nazionale. piuttosto, promulga la formazione di gruppi e organizzazioni che iniziano a livello di base a diffondere i loro ideali in un contesto non statale che inizia a livello locale. Si pone anche una particolare enfasi sulla protezione e promozione dei diritti delle donne. Il PKK ha avuto un certo successo nell'attuazione del suo programma, attraverso organizzazioni come il Congresso della Società Democratica (DTK), che coordina attività politiche e sociali in Turchia, e la Koma Civakên Kurdistan (KCK), che lo fa in tutti i paesi in cui vivono i curdi.


https://it.wikipedia.org/wiki/Murray_Bookchin



Murray Bookchin. Anarchismo senza classe lavoratrice
L'Anarchismo ha bisogno della rivoluzione della classe lavoratrice.
Murray Bookchin è stato un prolifico autore ed un influente teorico anarchico. 
Recentemente il suo lavoro è tornato alla ribalta. Se da un lato si possono apprezzare i suoi significativi contributi, dall'altro egli commise un grave errore nel rifiutare il ruolo della classe lavoratrice quale importante componente all'interno della rivoluzione anarchica. In questo articolo si mette a fuoco il percorso teorico di Bookchin al riguardo e -di converso- si dimostra come la classe lavoratrice debba essere considerata quale forza decisiva perchè la rivoluzione anarchica abbia successo.
https://www.anarkismo.net/article/30054

capitalista contro i lavoratori, non credeva ad una nuova guerra di classe portata dall'alto verso il basso. (Questi temi sono stati affrontati da Price nel 2013).

Perchè Bookchin non credeva più nel ruolo della classe lavoratrice


“Contrariamente alle aspettative di Marx, la classe operaia industriale è numericamente in calo e sta inesorabilmente perdendo la sua tradizionale identità in quanto classe….La cultura odierna [ed]…i modi di produzione…hanno fatto del proletariato in gran parte uno strato della piccola borghesia...Il proletario …sarà completamente sostituito da mezzi di produzione automatizzati e persino miniaturizzati….Le categorie di classe sono ora mescolate a categorie gerarchiche basate sulla razza, sul genere, sulle preferenze sessuali e certamente sulle differenze nazionali o regionali.” 
Bookchin 2015; 



Il municipalismo libertario prende la sua vitalità e la sua integrità proprio dalla tensione dialettica che esso promuove tra la nazione-stato e la confederazione municipale. La sua "legge di vita“
Murray Bookchin



Per recuperare l'urbanesimo come il terreno adatto all'associazionismo, alla cultura, alla comunità, la megalopoli deve essere distrutta senza pietà, e sostituita da nuove comunità decentrate, ognuna inserita con cura nell'ecosistema di cui fa parte. Si può a ragione sostenere che queste ecocomunità avranno le caratteristiche migliori della polis e del comune medioevale, sostenute da ecotecnologie complete in grado di portare gli elementi più avanzati della tecnologia contemporanea – comprese fonti di energia come il vento e il sole – su scala locale. Vi sarà un nuovo equilibrio tra città e campagna – non sobborghi sparsi che mistifichino un pezzetto di prato o qualche albero disposto strategicamente come natura, ma un'ecocomunità funzionalmente interagente, che unisca il lavoro mentale e quello fisico, l'agricoltura e l'industria, l'individuo e la collettività. 
Murray Bookchin, da I limiti della città. 
(The Limits of the City, 1974), traduzione di Mila Leva e Alberto Friedemann, 
Feltrinelli, Milano, p. 150; citato in Varengo 2007, p. 113)

Quello che è più importante è che il punto di vista ecologico conduce ad interpretare ogni relazione sociale, psicologica, naturale, in termini non gerarchici. Per l'ecologia non si può comprendere la natura se ci si pone da un punto di vista gerarchico. Inoltre, essa afferma che la diversità e lo sviluppo spontaneo, costituiscono dei fini in sé, che devono essere rispettati per se stessi. 
Murray Bookchin, da Spontaneità e organizzazione 
(On Spontaneity and Organization, Anarchos, n. 4, 1972), Torino, 
Edizioni del Centro Documentazione Anarchica, 1977, p. 28; citato in Varengo 2007, p. 61)


Sto parlando di ecologia, non di ambientalismo. Quello che interessa l'ambientalismo è mettere al servizio dell'uomo il suo habitat, quello che è conosciuto come un insieme passivo di "risorse naturali" e "risorse urbane" che la gente utilizza. [...] L'ecologia è invece, nel suo aspetto migliore, una scienza artistica – o un'arte scientifica – è una forma di poesia che riunisce scienza ed arte in un'unica sintesi. 
Murray Bookchin
(ivi, pp. 27-28; citato in Varengo 2007, p. 63)


Nei suoi aspetti migliori, il marxismo tradisce se stesso, poiché assimila inavvertitamente i caratteri più dubbi del pensiero illuminista ed è sorprendentemente vulnerabile dalle sue implicazioni borghesi. Nei suoi aspetti peggiori, invece, la teoria marxista rappresenta l'apologia di un'epoca storica nuova, testimone della fusione tra 'libero mercato' e pianificazione economica, tra proprietà privata e proprietà nazionalizzata, tra competitività e manipolazione oligopolistica della produzione e dei consumi, tra economia e stato – in breve, l'epoca moderna del capitalismo di stato
Murray Bookchin
(da Il marxismo come ideologia borghese, A – Rivista Anarchica, n. 81, marzo 1980, p. 34 (tit. orig. Marxism as Bourgeois Sociology, "Comment", vol. 1, n. 2, febbraio 1979))

Chiedere la "decentralizzazione" senza l'autogestione, cioè senza libertà di partecipazione ai processi decisionali a tutti i livelli e senza proprietà, produzione e ripartizione comune dei mezzi materiali a seconda delle necessità individuali, sarebbe puro oscurantismo. 
Murray Bookchin
(da Il futuro del movimento anzi-nucleare, Volontà, n. 3, luglio/settembre 1980, p. 72; citato in Varengo 2007, p. 116)

Per quasi due secoli, tutte le teorie di classe sul progresso sociale sono state fondate sull'idea che il 'dominio dell'uomo da parte dell'uomo' fosse imposto dalla necessità della "dominazione della natura" come presupposto per l'emancipazione dell'umanità nel suo complesso. Questa concezione della storia, già evidente negli scritti politici di Aristotele, divenne 'scienza socialista' nelle mani di Marx e costituisce ancora oggi una pericolosa giustificazione della gerarchia e del dominazione in nome dei principi di uguaglianza e di liberazione. In ultima analisi, nelle 'sacre scritture' del socialismo, il vero nemico non è il capitalismo, bensì la natura. 
Murray Bookchin
(da L'armonia perduta, A – Rivista Anarchica, n. 121, agosto/settembre 1984, p. 12; citato in Varengo 2007, p. 135)

Il municipalismo libertario prende la sua vitalità e la sua integrità proprio dalla tensione dialettica che esso promuove tra la nazione-stato e la confederazione municipale. La sua "legge di vita" [...] consiste precisamente nella lotta con lo stato. La tensione tra le confederazioni municipali e lo stato deve essere chiara e senza compromessi. Dato che queste confederazioni esisteranno prima di tutto in opposizione all'entità statale, esse non potranno compromettersi con lo stato, o con elezioni provinciali o nazionali, e ancor meno potranno essere organizzate mediante questi mezzi. 
Il municipalismo libertario viene plasmato dalla sua lotta con lo stato, viene rafforzato dalla sua lotta e in ultimo definito da questa lotta. 
Murray Bookchin
(da Municipalismo libertario. La Mia Proposta (Libertarian Municipalism: An Overview, introduzione a Readings in Libertarian Municipalism, Burlington, Social Ecology Project, 1991; pubblicato con un'aggiunta in "Green Perspective", n. 24, ottobre 1991), A – Rivista Anarchica, n. 187, dicembre 1991/gennaio 1992, p. 19 ; citato in Varengo 2007, p. 111)

L'esperienza mi ha insegnato che quando gruppi più ampi cercano di raggiungere una decisione attraverso il consenso, questo dà adito a un subdolo autoritarismo e a pesanti manipolazioni, anche se fatte in nome dell'autonomia o della libertà. Inoltre il consenso obbliga di solito questi gruppi allargati a raggiungere il minimo comun denominatore intellettuale quando si opera una scelta: l'assemblea di grandi dimensioni adotta la decisione meno contestabile e perfino la più mediocre, proprio perché chiunque può essere d'accordo o altrimenti rinunciare al voto su quella questione. 
Murray Bookchin 
(da La via del comunitarismo (What Is Communalism?, 1994), 
traduzione di Guido Lagomarsino, Volontà, n. 4, 1994, pp. 40-41; citato in Varengo 2007, p. 105)


Mentre la maggior parte dei teorici sociali sembrava non avere sufficiente consapevolezza del potere della gente di creare le proprie istituzioni e le proprie forme di organizzazione, ci sono molti esempi di questo potere che mi incoraggiano. Uno dei miei favoriti ha avuto luogo a New York negli ultimi anni '70. Questa esperienza si chiamava il "Movimento della undicesima strada est". Inizialmente il movimento era un'organizzazione di quartiere di portoricani, una delle tante del Lower East Side di Manhattan, che aveva formato un'alleanza con alcuni giovani ecologisti radicali per riabilitare un palazzo abbandonato che era stato completamente distrutto da un incendio. L'isolato stesso, uno dei peggiori nel ghetto ispanico, sarebbe divenuto un ritrovo per tossicodipendenti, ladri di auto, rapinatori e piromani. Dopo essere stato occupato illegalmente da una comunità di squatter, l'edificio fu completamente ricostruito dagli operai di una cooperativa, composti per la maggioranza da portoricani, una manciata di neri e qualche bianco. Il tentativo del movimento di acquistare la proprietà dell'edificio per finanziare la sua riabilitazione e allargare le sue attività ad altre strutture abbandonate, sarebbe divenuta una cause célèbre che ispirò imprese simili nel Lower East Side e in altri quartieri. […] Alla fine, l'edificio stesso fu non solo ricostruito, ma fu "ristrutturato ecologicamente" con dispositivi salva-energia, isolanti, pannelli solari per scaldare l'acqua e un generatore eolico per fornire una parte dell'energia elettrica. Si parlò di giardini pensili, riciclo dei rifiuti e di trasformare i terreni abbandonati nei paraggi in piccoli parchi di quartiere. Sarebbe troppo lungo fare un resoconto completo delle lotte del "Movimento della undicesima strada est". Tuttavia, sono felice di dire che alcune persone dell'Institute for Social Ecology giocarono un ruolo ispiratore e tecnico in questi progetti. Questo è, penso, un esempio poco conosciuto, ma notevole di come giovani ecologisti sociali bianchi hanno lavorato mano nella mano con persone ispaniche oppresse per ottenere un ambiente umano in maniera autenticamente ecologica. […] È stato un meraviglioso esempio della pratica dell'ecologia sociale che contrasta marcatamente con le carattaristiche bellicose, autoindulgenti e a volte misantropiche che trovo spesso nell'ecologia profonda e nell'ambientalismo della classe media.[1] 
Murray Bookchin
(da Aa. Vv., Defending the Earth, A debate between Murray Bookchin and Dave Foreman, Black Rose Books, Montreal/New York, 1991, pp. 101-102)




Parlare di "limiti di crescita" in seno ad un'economia di mercato capitalistica non ha alcun senso, così come non ne ha parlare di limiti della guerra in una società guerriera. Gli scrupoli morali cui oggi danno voce tanti ambientalisti sapientoni sono tanto ingenui quanto quelli delle multinazionali sono fasulli. li capitalismo non può essere "persuaso" a porre un freno al suo sviluppo, così come non si può "persuadere" un essere umano a smettere di respirare. I tentativi di realizzare un capitalismo "verde", o "ecologico", sono condannati all'insuccesso a causa della natura stessa del sistema, che è un sistema di crescita continua. 
Murray Bookchin, Per una società ecologica.
(p. 99; citato in Varengo 2007, p. 34)


Per generazioni i pensatori di sinistra hanno detto la loro circa i "limiti intrinseci" del sistema capitalistico, i "meccanismi interni" che l'avrebbero portato inevitabilmente all'autodistruzione. Marx si è guadagnato il plauso di schiere infinite di autori per aver previsto che il capitalismo sarebbe crollato e sarebbe stato sostituito dal socialismo, in seguito ad una crisi cronica che avrebbe portato perdita di profitto, stagnazione economica e lotta di classe da parte di un proletariato sempre più impoverito. Osservando oggi gli immensi squilibri biogeochimici che hanno aperto buchi nello strato di ozono dell'atmosfera e innalzato la temperatura del nostro pianeta in seguito all'"effetto serra", tali limiti appaiono chiaramente di natura ecologica. Quale che possa essere il destino del capitalismo come sistema con i suoi specifici "limiti interni" sul piano economico, possiamo comunque affermare che esso ha dei limiti esterni sul piano ecologico.
Murray Bookchin, Per una società ecologica.
(pp. 99-100; citato in Varengo 2007, p. 48)


A meno di non coltivare (futilmente, credo) miti di insurrezioni proletarie, in un impari scontro con le armi nucleari degli Stati nazionali moderni, non possiamo far altro che cercare contro-istituzioni che possano contrapporsi al potere nazionale
Murray Bookchin, Per una società ecologica.
(p. 199; citato in Varengo 2007, p. 123)


Dobbiamo spezzare non soltanto i rapporti sociali imposti dalla società borghese, ma anche la dominazione, retaggio di una società gerarchica più che millenaria. Quello che dobbiamo creare per poter disciogliere i legami della società borghese non è soltanto una società priva di classi, come viene prospettata dal socialismo, ma l'utopia della non repressione, prospettata dall'anarchismo. Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
(introduzione, p. 10; citato in Varengo 2007, p. 73)

La società gerarchica non ha futuro e la nostra alternativa all'estinzione sociale è solamente l'utopia. 
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
(introduzione, p. 15; citato in Varengo 2007, p. 82)

La famiglia patriarcale seminò nel campo dei primi, elementari rapporti sociali il germe della dominazione; la classica antinomia, caratteristica del mondo antico, tra spirito e realtà – tra lavoro e intelletto – contribuì a fecondarlo; infine, esso crebbe e si sviluppò alla luce della concezione antinaturalistica del cristianesimo. Ma fu solo quando i rapporti organici all'interno delle forme comunitarie si mutarono in rapporti di mercato, che l'intero pianeta divenne fertile terreno per lo sfruttamento. Così, questa tendenza secolare trova il suo punto di massimo sviluppo nel capitalismo moderno.
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
 (Ecologia e pensiero rivoluzionario (Ecology and Revolutionary Thought, 1964), p. 42; citato in Varengo 2007, p. 51)


Il fatto è che l'uomo sta disfacendo l'opera di secoli di evoluzione organica [...] 
l'uomo sta distruggendo la piramide biologica che per millenni ha assicurato la sopravvivenza della razza umana. Nel corso di questa sostituzione di rapporti ecologici complessi, dai quali dipende la sopravvivenza di tutte le forme avanzate di vita, con rapporti più elementari, l'uomo sta gradualmente riportando la biosfera a un livello che le consentirà di assicurare la sopravvivenza solo a forme di vita estremamente semplici. Se questo capovolgimento del processo evolutivo continuerà, non è illegittimo pensare che le condizioni necessarie all'esistenza delle forme di vita più elevate saranno irrimediabilmente compromesse e che la terra non potrà più garantire la sopravvivenza del genere umano. 
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
(Ecologia e pensiero rivoluzionario, p. 45; citato in Varengo 2007, p. 45)


È possibile collocare l'eredità teorica di Marx in una prospettiva che abbia qualche significato — separare ciò che del suo contributo ci arricchisce da ciò che invece rivela i propri limiti storici, che ci paralizza e pone dei ceppi anche al nostro tempo. La dialettica marxiana, i molto lumi fecondi del materialismo storico, la superba critica dei rapporti di produzione, molti elementi delle teorie economiche, la teoria dell'alienazione e, sopra ogni altra cosa, l'idea che la libertà necessiti di condizioni materiali — tutti questi furono contributi preziosi e durevoli al pensiero rivoluzionario. 
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
(Ascolta, marxista!, p. 137; citato in Varengo 2007, p. 139)


Per lo meno potenzialmente siamo di fronte al più ampio concetto di libertà sinora conosciuto: la libertà dell'individuo autonomo di modellare la vita materiale in una forma che non sia né ascetica né edonistica, ma una miscela del meglio di entrambe le cose, una forma ecologica, razionale ed artistica [...]. 
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism.
(pp. 326 sg.; citato in Varengo 2007, p. 90)


Sin dai primi anni '60, il mio punto di vista poteva essere schematicamente così formulato: 
il concetto di dominio dell'uomo sulla natura deriva dal concetto di dominio dell'uomo sull'uomo. 
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà.
(p. 22; citato in Varengo 2007, p. 50)


La gerarchia, pur includendo la definizione marxiana di classe e dando persino origine, storicamente, alla società classista, va oltre questo significato limitato, ascritto a una forma di stratificazione eminentemente economica. [...] Storicamente ed esistenzialmente la vedo come un complesso sistema di comando/obbedienza nel quale le élite godono di vari gradi di controllo sui propri subordinati, senza necessariamente sfruttarli. Queste élite possono essere assolutamente prive di ogni forma di ricchezza materiale; ne possono essere addirittura spogliate, come l'élite dei "guardiani" di Platone, ad esempio, che era socialmente potente ma materialmente povera. 
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà.
(pp. 26-27; citato in Varengo 2007, p. 73)


Anni fa, gli studenti francesi del maggio '68 espressero mirabilmente questa netta contrapposizione d'alternative con lo slogan: "Siate realisti, chiedete l'impossibile!". A questa proposta la generazione che va incontro al prossimo secolo può aggiungere l'ingiunzione più solenne: 
"Se non faremo l'impossibile ci troveremo di fronte l'impensabile!". 
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà.
(p. 78; citato in Varengo 2007, p. 85)


Questa schiacciante tendenza della tecnica a colonizzare l'intero spazio della esperienza umana fa sì che sia oggi apocalitticamente necessario bloccarne l'avanzata, ridefinirne i fini, riassorbirla nuovamente in forme organiche di vita sociale e di soggettività umana
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà.
(p. 357; citato in Varengo 2007, p. 99)


Se concepiamo un mondo che la vita stessa ha plasmato nell'evoluzione – un mondo benigno, se abbiamo un'ampia visione ecologica della natura – possiamo formulare un'etica della complementarietà che si nutre di diversità, al posto di un'etica che tutela l'essenza individuale da un'alterità minacciosa e invadente. In realtà, l'essenza della vita può essere vista come un'espressione d'equilibrio piuttosto che come semplice resistenza all'entropia [...]. Infine, il sé può essere visto come risultato dell'integrazione, della comunità, del mutuo appoggio, senza che ne venga in alcun modo sminuita l'identità individuale e la spontaneità personale. 
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà.
(p. 533; citato in Varengo 2007, p. 95)



Riscopriamo la partecipazione:
Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin
di: IRMA LOREDANA GALGANO
 
Nella versione tradotta e curata da Salvo Vaccaro, Elèuthera ha pubblicato già nel 1993, e in ristampe successive, Democrazia diretta di Murray Bookchin, autore anche di L’Ecologia della libertà (The ecology of freedom).

Bookchin può a buon diritto essere considerato uno degli studiosi che maggiormente ha approfondito il tema della partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica delle comunità di cui fanno parte. È anche uno dei più “imitati” senza essere quasi mai citato.

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme

In Democrazia diretta Bookchin sottolinea la differenza tra l’economia di mercato «avida ed espansiva» e i mercati pre-capitalisti «non tesi all’accumulazione dell’altro».

L’autore ricorda che nell’antichità la compravendita «lungi dall’essere esaltata, era percepita come opera del demonio e dunque il commercio era tenuto sotto controllo», oggi invece viene quasi idolatrata e la mentalità monetaria e speculativa, sebbene non inedita nella storia, diventa unica quando consegue una tale centralità: «persino la terra, un tempo rifugio di vecchi capitalisti dopo una vita dedicata al commercio, divenne semplicemente una merce tanto che il suo acquisto, in particolare nel Nuovo Mondo, non conferiva più alcuno status speciale al nuovo ceto mercantile».

E così da «associazione etica di mutuo soccorso», la comunità si trasforma in un «tessuto imprenditoriale teso alla concorrenza e alla manipolazione». Si potrebbe obiettare che pure nella comunità intesa come “associazione etica di mutuo soccorso” erano presenti predatori e di ciò l’autore tiene conto citando nel testo ad esempio i pirati e i briganti. Ma subito sottolinea la differenza tra questi, che consideravano intoccabili le proprie comunità, e i mercanti e gli industriali che le considerano invece territorio di conquista.

I pirati erano fondamentalmente degli anti-colonialisti. Si diventava pirata per vari motivi ma più di frequente per la miseria o per il desiderio di rivalsa contro i soprusi subiti come ceto meno abbiente.

Una nutrita schiera di briganti era costituita da pastori e contadini che si davano alla macchia come gesto di ribellione per le ingiustizie e lo sfruttamento subito.

Ci sono le eccezioni certo ma la Storia ci insegna che quando un popolo, o parte di esso, si ribella viene sempre additato come ingrato, ribelle, rivoluzionario, terrorista… dai governi, dai ceti alti, dalle gerarchie militari, ma a ben guardare il motivo da cui scaturiscono questi moti è un grande desiderio di riscatto sociale, un bisogno disperato di dignità per sé e soprattutto per i propri figli. Accadeva in passato e accade ancora oggi.

Per Murray Bookchin l’urbanizzazione rappresenta il modo con cui il processo destrutturante delle comunità ha assunto visibilità. «Mi riferisco a quello sviluppo industriale, commerciale e residenziale che chiamano centro urbano.» Gli effetti devastanti del capitalismo che maggiormente si osservano nei centri urbani per l’autore si possono così sintetizzare:


  • Dissolvimento di tutti i vincoli sociali.
  • Mercificazione di tutti i valori.
  • Monetizzazione di tutti gli ideali.
  • Sfide incontrollate del mercato con acquirenti e venditori anonimi.
  • Pienza, la cui progettazione fu affidata da papa Pio II a Leon Battista Alberti doveva rappresentare la città ideale, nella quale l’uomo potesse vivere in armonia con se stesso e con la natura. La modernità ha generato un’idea di urbanistica invece in cui l’uomo è a servizio della città e non il contrario.


Maurizio Pallante nel suo saggio Monasteri del terzo millennio cerca di focalizzare l’attenzione del lettore su un problema reale della modernità: «nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza». Ipotizziamo che per una qualsiasi ragione il ‘mercato’ non fosse più in grado di soddisfare le richieste degli acquirenti-consumatori. Cosa accadrebbe?

«Il nazismo, con il suo cianciare sull’auspicabilità di una Volksgemeinschaft germanica, svendette il contenuto utopico di questa aspirazione popolare al localismo comunitario in nome del “principio di leadership” con il quale subordinò completamente il localismo al centralismo, la comunità alla nazione, il conservatorismo tecnologico all’innovazione industriale, particolarmente quella finalizzata alla progettazione bellica e ai metodi di sorveglianza politica.»

Paradossalmente, ma neanche poi tanto, a ben guardare le intenzioni e soprattutto i risultati della politica comunista si sono rivelati non molto dissimili.

Salvo Vaccaro nell’introduzione al testo di Bookchin li identifica soprattutto in due punti focali:


  • Massimo sostegno all’autorità centrale dello Stato.
  • Nazionalizzazione della proprietà come unica alternativa alle forme capitalistiche di proprietà privata.

«Il peso che Marx e i marxisti di ogni risma hanno dato al ruolo “progressista” dello Stato-nazione sebbene comprensibile nel contesto delle lotte popolari del diciannovesimo secolo contro i residui del feudalesimo, si sono rivelate a posteriori una rovina per la quale siamo ancora oggi penalizzati

Una possibile soluzione secondo Murray Bookchin è «una politica senza partiti», in considerazione anche di ciò che è successo dove questi hanno agito e fallito, ripetutamente, e invita il lettore a qualche riflessione su quanto accaduto e a tutti noto in paesi come l’ex Unione Sovietica dove il partito costituiva lo Stato stesso. Una politica di decentramento e di assemblee popolari quella auspicata dall’autore. Una politica che non sia un «sistema di rapporti di potere gestito per lo più in modo professionale da persone in ciò specializzate, i cosiddetti “politici”» bensì, com’era prima dello Stato-nazione, «gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario».

«Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato.
Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega a un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione.»

Vaccaro ancora nell’introduzione si sofferma sul grande problema della collusione tra politici e poteri economico-finanziari, ricordando lo scandalo Watergate e quello Irangate, raccontando dell’ingerenza che hanno questi poteri, queste lobby, sui vari governi, inducendo il lettore a interrogarsi su quali siano o possano essere poi le conseguenze della loro influenza sulle decisioni che riguardano la popolazione della comunità che di fatto controllano.

La politica e la cittadinanza sono state, per Bookchin, le vittime di questo processo corrosivo che è il capitalismo, «ma possono rappresentare anche l’antidoto». Per l’autore è necessario dare agli ideali del localismo, del decentramento e dell’auto-sufficienza un significato più ampio e completo e propone le eco-comunità morali basate sul confederalismo che «non segna una chiusura della storia sociale bensì il punto di partenza di una inedita storia ecosociale segnata da una evoluzione partecipativa nella società e tra la società e il mondo della natura».

Secondo Bookchin, l’economia confederata di una comunità grande o piccola gestisce le proprie risorse in una fitta rete di relazioni intercomunitarie ed è una economia redistributiva, cioè capace di dare alle comunità secondo le loro necessità, al contrario delle cooperative di segno capitalista che affondano nell’equivoco dei rapporti di scambio.

In L’Ecologia della libertà Bookchin analizza i comportamenti dell’umanità verso la natura che vanno o andrebbero osservati all’interno di una cornice più ampia «in cui l’umano dispone dell’altro umano in senso prettamente politico, dando luogo a una specifica forma di vita che noi definiamo società». E tale costruzione sociale delinea il campo della politica che non deve o non dovrebbe essere l’arte del governare ma una «modalità di organizzazione sociale volontariamente progettata e costruita nel concorso conflittuale di soggetti consapevoli e rischiarati nel dialogo permanente di ragioni, argomentazioni e obiezioni critiche». Per questo Bookchin anche in Democrazia diretta ritorna sul concetto deragliante di classe politica eletta, quasi a voler identificare in modo professionale persone in ciò specializzate. Mentre per l’autore necessita un ritorno alla situazione pre-capitalista, quando «la popolazione gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette».
https://www.articolo21.org/2015/10/riscopriamo-la-partecipazione-democrazia-diretta-o-communalism-secondo-murray-bookchin/


sabato 14 ottobre 2017

spazi e luoghi della mediazione interculturale


Incontri: spazi e luoghi della mediazione interculturale
Di Massimiliano Fiorucci

[...] La domanda, che proviene da insegnanti, educatori, ricercatori, pedagogisti, uomini politici, concerne l'asse pedagogico su cui fondare un'offerta educativa in un mondo sempre più interdipendente, multietnico e multiculturale. Che cosa viene concretamente modificato, nel quadro delle relazioni educative, dalla presenza di bambini/e, ragazzi/e nelle aule scolastiche? 
Come cambia il processo di insegnamento/apprendimento di fronte a giovani che parlano lingue diverse, con storie personali e collettive - individuali, familiari, comunitarie - legate, più o meno direttamente a seconda che si tratti di immigrati di prima o seconda generazione, a paesi diversi dal nostro? Come si modificano i comportamenti, i saperi, gli abiti cognitivi, le percezioni degli allievi, dei genitori e dei docenti italiani?
Si tratta di domande fondamentali alle quali sono state date risposte diverse, molto spesso partendo da concrete realtà educative - quella scuola di Prato, quel circolo didattico di Treviso - e cercando quasi sempre di tenere insieme le finalità laiche e critiche della scuola italiana secondo l'orizzonte della Costituzione repubblicana con le più disparate appartenenze nazionali, culturali, sociali degli allievi immigrati. Cercando, in altre parole, un civile equilibrio tra condivisione di valori e valorizzazione delle diversità, nel tentativo difficile e spesso conflittuale di proporre, da parte dei docenti più sensibili, una sorta di "pedagogia universalista della differenza"4 (4 Riprendo questa definizione dal testo di G. Marramao, Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione. Bollati Boringhieri, Torino, 2003, che propone una "politica universalista della differenza".), che includa senza omologare, che consegua l'uguaglianza degli esiti dell'apprendimento cercando di sacrificare il meno possibile le individualità. E quello che Antonio Gramsci chiamava il "conformismo dinamico", in cui lo Stato cerca di conformare le nuove generazioni a determinati valori, comportamenti e saperi, un conformismo necessario per consentire la crescita autonoma dei soggetti.
"La scuola creativa è il coronamento della scuola attiva: nella prima fase si tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di "conformismo" che si può chiamare "dinamico"; nella fase creativa, sul fondamento raggiunto di "collettivizzazione" del tipo sociale, si tende a espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea"5. (5 A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p.1537.)

Certamente una cosa è necessario fare: includere nei nostri curricoli scolastici e universitari una conoscenza meno sommaria, meno esotica, meno etnocentrica del cosiddetto altro. Il quale, in verità, è molto meno "altro" di quanto appaia ad una prima superficiale impressione; il quale, ormai da mezzo secolo, si è prepotentemente affacciato da protagonista nello scenario della storia grazie alle lotte di affrancamento dal colonialismo; il quale, infine, è in mezzo a noi, vive e lavora tra di noi. Si tratta di assumere una prospettiva di contemporaneità tra pari, di coesistenza di simili.


https://books.google.it/books?id=4PhO90ykdhkC&pg=PA32&lpg=PA32&dq=%22conformismo+dinamico%22&source=bl&ots=UUT7-AVHi8&sig=SxzUD7zKSCmRf-gHqgi9NhSv7Dk&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiY7_SD2fDWAhXsLcAKHWJODlEQ6AEILjAB#v=onepage&q=%22conformismo%20dinamico%22&f=false




Profili nell'educazione: ideali e modelli pedagogici nel pensiero contemporaneo
Di Cesare Scurati,Luciano Caimi

Emerge qui di nuovo il concetto di disciplina e la sua funzione nell'ambito della formazione, che non ha il mero significato di 'accoglimento di ordini', ma di consapevole e lucida attuazione di direttiti logiche. In questo senso, pertanto, -la disciplina non annulla la personalità in senso organico, ma solo limita l'arbitrio e l'impulsività irresponsabile, per non parlare della fatua vanità di emergere. 
"[...] La disciplina pertanto non annulla la personalità e la libertà; la questione della 'personalità e libertà' si pone non per il fatto della disciplina, ma per l'origine del potere che ordina la disciplina" 15 (15 Quaderni dal carcere, vol. III, pp. 1706-1707) , cioè a dire, in termini più propriamente e più squisitamente pedagogici, per l'intenzione di colui che 'ordina' la disciplina. Quindi, una certa coercizione, come elemento necessario alla vita sociale, entra anche nel processo educativo, non però come autoritarismo o come rigore disciplinare ma come rispondenza ad una necessità che è ancora storica, secondo le linee della realizzazione di quel conformismo dinamico, o razionale e sociale, che corrisponde alla necessità ed al minimo sforzo per ottenere un risultato utile. Pertanto, questo conformismo non può essere visto come un conformismo imposto ma come un conformismo proposto, cioè voluto ed accettato liberamente e responsabilmente. [...]

Gramsci, opponendosi alle situazioni di privilegio sociale, propugnava, almeno per il periodo dell'obbligo, e cioè almeno fino ai 14 anni di età, una scuola unica, formativa e non di preparazione professionale. Contro coloro che vorrebbero abolire ogni tipo di scuola 'disinteressata' e 'formativa' a favore di scuole professionali specializzate (e predeterminanti fin dall'inizio il futuro dell'uomo), propugna invece un sistema scolastico imperniato su una «scuola unica iniziale di cultura generale, umanistica e formativa, che contemperi giustamente lo sviluppo della capacità di lavorare manualmente (tecnicamente, industrialmente) e lo sviluppo della capacità del lavoro intellettuale. Da questo tipo di scuola unica, attraverso esperienze ripetute di orientamento professionale, si passerà a una delle scuole specializzate o al lavoro produttivo-16. Più particolarmente: l'iniziale scuola unitaria, di formazione umanistica e di cultura, con lo scopo di portare i giovani nelle attività sociali - ma dopo che essi abbiano raggiunto un certo grado di maturità e di capacità - dovrebbe corrispondere al periodo tradizionalmente rappresentato dalle elementari e dalle medie, le quali tuttavia andrebbero organizzate diversamente da quelle esistenti, sia per il contenuto che per il metodo17.

https://books.google.it/books?id=ueEtaF9UaJ4C&pg=PA145&lpg=PA145&dq=%22conformismo+dinamico%22&source=bl&ots=YJg9vHE1m7&sig=okV5vLbarDY3iD98ecFDKEzQaAE&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiY7_SD2fDWAhXsLcAKHWJODlEQ6AEIMTAC#v=onepage&q=%22conformismo%20dinamico%22&f=false

KANT. Abbagnano - Fornero Vol 2. Collocandosi tra Illuminismo e Romanticismo, Kant riconosce alla ragione il compito di condurre una "critica" intorno ai fondamenti di ogni esperienza e di ogni facoltà umana.

Nicola Abbagnano  - Giovanni Fornero
con la collaborazione di Giancarlo Burghi
L'ideale e il reale
corso di storia della filosofìa

KANT

Collocandosi tra Illuminismo e Romanticismo, Kant riconosce alla ragione il compito di condurre una "critica" intorno ai fondamenti di ogni esperienza e di ogni facoltà umana.

Dal periodo precritico al criticismo.
Nel "periodo precritlco" Kant effettua ricerche in campo naturalistico, per poi avvicinarsi all'empirismo Inglese e affermare un nuovo punto di vista sulla metafìsica, intesa come scienza dei limiti della ragione.


La Critica della ragion pura.
Riguardo al problema della conoscenza, Kant ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto, affermando che non è l'uomo a dover adattare le proprie facoltà percettive ai fenomeni per comprenderli, ma la natura a modellarsi sulle facoltà che sono proprie della struttura conoscitiva umana. Applicata ai fondamenti del sapere, la "critica" kantiana è volta ad appurare quali ambiti siano genuinamente conoscibili.

La Critica della ragion pratica.
Anche nell'ambito della ragione pratica, che regola i comportamenti morali dell'uomo, l'assunto antropocentrico di fondo rimane invariato: la morale non sta fuori dell'uomo, ma è dentro di lui.


La Critica del Giudizio.
Nella Critica del Giudizio Kant studia il sentimento come facoltà mediante la quale l'uomo fa esperienza di quella finalità del reale che la ragion pura esclude programmaticamente e la ragion pratica si limita a ipotizzare sotto forma di postulati.

Religione e diritto.
Per quanto concerne la filosofìa della religione e la filosofìa del diritto anche in questi campi Kant propone originali contributi, che sono stati rivalutati soprattutto dalla critica contemporanea.


Il criticismo come "filosofia del limite" 
e l'orizzonte storico del pensiero kantiano.

Il pensiero di Kant è detto criticismo perché, contrapponendosi all'atteggiamento mentale del "dogmatismo" - che consiste nell'accettare opinioni o dottrine senza interrogarsi preliminarmente sulla loro effettiva consistenza , fa della critica lo strumento per eccellenza della filosofia. 

"Criticare", nel linguaggio tecnico di Kant, significa infatti, conformemente all'etimologia greca, "giudicare", "distinguere", "valutare", "soppesare" ecc., ossia interrogarsi programmaticamente circa il fondamento di determinate esperienze umane, chiarendone:

■ le possibilità (le condizioni che ne permettono resistenza); 
■ la validità (i titoli di legittimità o non-legittimità che le caratterizzano);
i limiti (i confini di validità).

KANT. Abbagnano - Fornero Vol 2. 

Antonio Gramsci: I QUADERNI DEL CARCERE.

Antonio Gramsci: I QUADERNI DEL CARCERE.

[...] nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla
Il contadino pensa sempre che almeno un suo figliolo potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore, elevando il grado sociale della famiglia e facilitandone la vita economica con le aderenze che non potrà non avere tra gli altri signori. L’atteggiamento del contadino verso l’intellettuale è duplice e pare contraddittorio: egli ammira la posizione sociale dell’intellettuale e in generale dell’impiegato statale, ma finge talvolta di disprezzarla, cioè la sua ammirazione  è intrisa istintivamente da elementi di invidia e di rabbia appassionata. Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione effettiva agli intellettuali

[...] Di fatto tra liceo e università e cioè tra la scuola vera e propria e la vita c’è un salto, una vera soluzione di continuità, non un passaggio razionale dalla quantità (età) alla qualità (maturità intellettuale e morale). Dall’insegnamento quasi puramente dogmatico, in cui la memoria ha una gran parte, si passa alla fase creativa o di lavoro autonomo e indipendente; dalla scuola con disciplina dello studio imposta e controllata autoritativamente si passa a una fase di studio o di lavoro professionale in cui l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale è teoricamente illimitata. E ciò avviene subito dopo la crisi della pubertà, quando la foga delle passioni istintive ed elementari non ha ancora finito di lottare coi freni del carattere e della coscienza morale in formazione. In Italia poi, dove nelle Università non è diffuso il principio del lavoro di «seminario», il passaggio è ancora più brusco e meccanico.
[...] Tutta la scuola unitaria è scuola attiva, [...] il dovere delle generazioni adulte, cioè dello Stato, di «conformare» le nuove generazioni. Si è ancora nella fase romantica della scuola attiva, in cui gli elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica: occorre entrare nella fase «classica», razionale, trovare nei fini da raggiungere la sorgente naturale per elaborare i metodi e le forme. La scuola creativa è il coronamento della scuola attiva: nella prima fase si tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di «conformismo» che si può chiamare «dinamico»; nella fase creativa, sul fondamento raggiunto di «collettivizzazione» del tipo sociale, si tende a espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea. Così scuola creativa non significa scuola di «inventori e scopritori»; si indica una fase e un metodo di ricerca e di conoscenza, e non un «programma» predeterminato con l’obbligo dell’originalità e dell’innovazione a tutti i costi. Indica che l’apprendimento avviene specialmente per uno sforzo spontaneo e autonomo del discente, e in cui il maestro esercita solo una funzione di guida amichevole come avviene o dovrebbe avvenire nell’Università. Scoprire da se stessi, senza suggerimenti e aiuti esterni, una verità è creazione, anche se la verità è vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità nuove. Perciò in questa fase l’attività scolastica fondamentale si svolgerà nei seminari, nelle biblioteche, nei laboratori sperimentali; in essa si raccoglieranno le indicazioni organiche per l’orientamento professionale). [...] 

Nel mondo moderno, la categoria degli intellettuali, così intesa, si è ampliata in modo inaudito. 
Sono state elaborate dal sistema sociale democratico-burocratico masse imponenti, non tutte giustificate dalle necessità sociali della produzione, anche se giustificate dalle necessità politiche del gruppo fondamentale dominante. [...] La formazione di massa ha standardizzato gli individui e come qualifica individuale e come psicologica, determinando gli stessi fenomeni che in tutte le altre masse standardizzate: concorrenza che pone la necessità dell’organizzazione professionale di difesa, disoccupazione, superproduzione scolastica, emigrazione ecc.


https://quadernidelcarcere.wordpress.com/2015/01/25/4573/

martedì 10 ottobre 2017

Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ».

Tra Socrate e Santippe non mettere il dito.
Tra filosofia, ironia e fantasia. 
Per dire che il matrimonio non conosce teoremi.

Nietzsche, nella Genealogia della Morale, dice che il filosofo non deve in alcun modo sposarsi e che Socrate ha sposato Santippe proprio per dimostrare, con ironia, ciò che il filosofo non deve fare. Come ogni animale tende istintivamente ad evitare qualsiasi impedimento che gli intralci o gli possa intralciare il cammino verso l’optimum, così anche il filosofo (bête philosophe) ha in orrore il matrimonio come ostacolo e calamità sul suo cammino verso l’optimum. Eraclito, Platone, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant e Schopenhauer – aggiunge Nietzsche – 
«non si sposarono, e più ancora: non li possiamo pensare sposati».

Per parlare così, probabilmente, Nietzsche deve aver avuto una brutta esperienza con qualche donna. Conoscendolo, deve essergli sfuggita di mano la “volontà di potenza” e si sarà sentito dire da qualche donzella dalla sensibilità nichilista: « – Scusa, ma chi saresti? Un “Superuomo”? No, carino, tu sei “Umano, troppo umano”! – ». In preda ai fumi del rancore e dell’orgoglio, allora, Nietzsche si sarà precipitato a scrivere quelle cose sui filosofi e il matrimonio. Tanto, avrà pensato, ci sarà pure chi non capisce che scrivo per risentimento: quelli che hanno creduto a “Dio é morto”, ad esempio.

Non possiamo pensare i filosofi come uomini sposati? Certo, che possiamo! 
Immaginate una donna dell’antica Grecia, che cerca di indossare una tunica di due o tre taglie fa; stringi di qua, stringi di là, niente da fare: non si allaccia. Mentre dispera, ecco entrare Eraclito, che, guardandola con piglio presocratico, esclama: « – Non ti preoccupare, kóre, perché non puoi entrare due volte nello stesso vestito, come del resto “non puoi entrare due volte nello stesso fiume!” – ». Ah, che uomo, penserebbe la fortunata! E allora, rincuorata: « – Eraclito, perché sei chiamato l’“oscuro”? Con me non sei criptico, hai sempre il “frammento” giusto al momento giusto! – ». Ed Eraclito, in risposta, guardandola con tutto il lógos possibile: « – Sì, kóre, solo tu mi capisci, e “Uno è per me diecimila se è il migliore” – ». Dunque, caro Nietzsche, tu pensi veramente che questa non sarebbe stata una coppia felice “al di là del bene e del male” – anzi, nel bene e nel male?

E che dire di Kant, come potenziale marito? 
Qualsiasi donna, che passi le proprie giornate a raccogliere cose sparse dal marito in casa, ambirebbe di certo ad averne uno come Kant: così abitudinario e metodico che pare i concittadini di Königsberg regolassero gli orologi in base alla sua routine quotidiana. È pur vero che, al primo appuntamento, alla fatidica domanda: « – Di cosa ti occupi, precisamente? – », non deve essere facile proseguire la conversazione, se un uomo rispondesse: « – In questo momento, sto scrivendo La Critica della ragion pura, La Critica della ragion pratica e La Critica del giudizio». Sul momento, una donna penserebbe di non avere di fronte un uomo dal carattere proprio socievole e malleabile, di quelli che sanno trovare sempre il lato bello delle cose. Tuttavia, superata la “fase critica”, Kant certo troverebbe le parole giuste per conquistarla: « –Vedi, cara, “due cose riempiono la mente…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”; fidati di me, non pensare siano solo “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” – ». Cavolo, Nietzsche, ci sono donne – sì, sì, ci sono – che resterebbero stese da queste parole! Donne che passerebbero tutta la vita con Kant, anche solo per capire come possano procedere da un uomo simili parole!

Se fin qui abbiamo immaginato, molto si è scritto su Socrate e Santippe. 
A partire dal Simposio di Senofonte, molti autori lavorarono di fantasia su quel superlativo «χαλεποτáτη» fra tutte le donne che furono, che sono e che saranno. «Χαλεποτáτη», che probabilmente voleva significare una donna difficile a contentare e trattare, col passare del tempo individuò Santippe come tipo della moglie insopportabile – il genere di cui parlava Nietzsche, insomma. Un episodio, tra i tanti narrati da Diogene Laerzio (II,5,17), è più di ogni altro legato al nome dell’irascibile Santippe, appellata da Socrate «ginnasio e palestra» della sua pazienza. Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ». Se ci fermassimo ai numerosi aneddoti sulla coppia, Santippe sembrerebbe veramente rappresentare la “donna inciampo” di cui parla Nietzsche, ossia quella che impedirebbe al filosofo il cammino verso l’optimum. Ma, per questa volta, proviamo a immaginare come trascorressero le giornate di Santippe.

Sorvoliamo sulla presunta bigamia e su qualche affettuosa amicizia maschile attribuite a Socrate, sorvoliamo sul fatto che non fosse proprio un Adone con le sue «narici larghe, la fronte pelata, le spalle villose e le gambe curve»; però, provate ad immaginare come dovesse essere vivere con un uomo che nei confronti di qualsiasi evento – dai più piccoli ai più grandi – rimanesse del tutto imperturbabile: Santippe «asseriva di aver veduto sempre il marito dello stesso umore, sia quando usciva di casa, sia quando vi faceva ritorno». Mentre la poveretta s’industriava per sopportare tutto il peso dell’economia domestica, e per accudire tre figli – facendo lo sforzo, innanzitutto, di ricordarne i nomi: Lampsaco, Sofonisco e Menesseno; ecco, Socrate, stare tutto il santo giorno a discutere con gli amici per le vie di Atene, nell’agorà, al ginnasio, a casa di questo e di quello. Che poi, diciamo, anche per i concittadini non doveva essere sempre piacevole trovarsi uno tra i piedi che, fissandoti, chiedesse «ti estì» (che cos’è? [ciò di cui parli]). Socrate lo considerava un esordio di “dialettica confutatoria” ma i concittadini lo chiamavano in un altro modo, che è… difficile rendere dal greco ma lo potete intuire. Per di più, come racconta sempre Diogene, non era raro che Santippe vedesse Socrate tornare all’ora di colazione in compagnia d’invitati, naturalmente invitati solo da lui. Una volta, avendo Socrate portato persone di riguardo a pranzo, poiché Santippe si vergognava del poco che avessero a tavola: « – Non t’inquietare – le disse il marito –; se sono frugali, non disprezzeranno la nostra mensa; se invece sono intemperanti, non dobbiamo curarci di loro». In questi momenti, per Santippe, l’unica consolazione era che almeno sulla cucina Socrate non cominciasse a tessere le lodi della madre, la levatrice, della quale parlava di continuo a proposito della benedetta “maieutica”. Per non parlare dell’eventualità in cui i due si trovassero a discutere su qualcosa d’importante per la famiglia, o ci fosse in ballo qualche decisione urgente da prendere: tra il “daìmon mi dice”, il “conosci te stesso” e il “so di non sapere” stavi fresco, ad aspettare che si decidesse a fare qualcosa in tempi decenti! Insomma, tutto questo ci pare più che sufficiente per dire, caro Nietzsche, che Santippe fu tutt’altro che d’inciampo a Socrate «verso il raggiungimento dell’optimum», piuttosto fu impareggiabile nel sollevarlo da molte incombenze quotidiane, e brava nell’assecondare le stravaganze del marito; inoltre, Santippe – ci pare – fu una «palestra e un ginnasio» di pazienza per Socrate almeno quanto lui lo fu per lei. Narra Diogene che, poco prima della morte, mentre Socrate salutava per l’ultima volta i figli e la moglie, Santippe abbia detto al marito: «Tu muori innocente», ed egli abbia ribattuto con affettuosa ironia: «E tu, forse, volevi che morissi disonesto?» (II,35). Tanta tenera complicità può portarci ad una sola conclusione, ossia che quella Santippe amava quel marito, così come quel marito amava quella moglie.

Concludendo, caro Nietzsche, ci pare che i filosofi non siano molto originali e siano compatibili col matrimonio come tutti gli uomini – ad una condizione: se lo fanno accadere, per farlo durare. Nel Simposio, Socrate stesso dice che «Amare è amore di alcune cose» in particolare di «quelle di cui si sente la mancanza» (XXII). L’amore è sentir-si mancare l’uno dell’altro, per sempre. Astenersi nichilisti.

* Le citazioni di Diogene Laerzio, in,Tilde Nardi, Sulle orme di Santippe. 
Da Platone a Panzini, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1958.


Posted on 5 febbraio 2014 by Claudia Mancini 

http://www.laporzione.it/2014/02/05/tweb-14/



domenica 8 ottobre 2017

Álvaro Mutis, La neve dell'Ammiraglio. Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un'altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell'altra possibile via d'uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell'altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l'avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell'ultima ora sarà quell'altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest'ultimo esame conciliatorio, perché non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante. O il primo?

Mutis si è sempre definito «ghibellino, monarchico e legittimista», un uomo del Medio Evo perduto nel Novecento e con una profonda ripugnanza per il mondo moderno. I politici comunque li odiava e non ha mai votato, del tutto d’accordo con Borges quando diceva «Sospetto che la politica sia una delle forme della superficialità»…
http://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/news/218/alvaro-mutis-lultimo-scalo-di-un-sognatore-di-navi/



Mutis ricorda che il biliardo e la poesia gli impedirono di finire il liceo, e comunque aveva troppo da leggere per studiare. A diciannove anni si sposò ed ebbe tre figli iniziando a lavorare nei settori più disparati, fuorché quelli che avessero attinenza con le sue passioni – per non contaminarle.[]
Maqroll giungerà persino in Italia. Una sua preghiera sarà tradotta e leggermente variata da Fabrizio de Anré nella sua Smisurata preghiera. 
http://www.artnoise.it/maqroll-il-gabbiere/


Interrotti gli studi che aveva iniziato presso i Gesuiti di San Michele a Bruxelles, dopo essere rientrato in patria non finì il liceo; stando a quanto egli stesso afferma, era distratto dal fatto che, leggendo moltissimi libri di storia, di letteratura e di viaggi, non poteva perdere tempo studiando.
https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%81lvaro_Mutis


“Lei è penetrata in un recinto della mia intimità che era rimasto ermeticamente chiuso e che io stesso non conoscevo. Nei suoi gesti, nell’odore della sua pelle, nel suo modo di guardarmi, immediato, intenso, in un breve intervallo che mi lasciava imbevuto in una travolgente tenerezza, nella sua dipendenza fatta di accettazione irriflessiva e assoluta, aveva la virtù di riscattarmi all’istante dalle mie perplessità e ossessioni, dai miei avvilimenti e cadute o dalle mie semplici occupazioni quotidiane, per lasciarmi in una sorta di circolo radioso, fatto di palpitante energia, di vigorosa certezza, come l’azione sconosciuta di una droga sconosciuta che avesse il potere di concedere la felicità senza ombre.”
Álvaro Mutis


“Segui le navi.
Segui le rotte che solcano le logore
e tristi imbarcazioni.
Non ti fermare.
Evita persino il più umile ancoraggio.
Risali i fiumi. Discendi i fiumi.
Confonditi nelle piogge che
inondano le pianure.
Rifiuta ogni sponda.”
Alvaro Mutis


Fu allora che, per la prima volta, mi apparve il Tramp Steamer, personaggio di non secondaria importanza nella storia di cui ci occupiamo. Con questa espressione, come è noto, si definiscono i mercantili di scarso tonnellaggio, non appartenenti alle grandi compagnie di navigazione, che viaggiano di porto in porto cercando carichi occasionali da trasportare dove che sia. E così tirano a campare, trascinando la loro sagoma malconcia assai più a lungo di quanto potrebbero far prevedere le loro precarie condizioni. Entrò all'improvviso nel mio campo visivo con la lentezza di un sauro ferito a morte. Non potevo credere ai miei occhi. (..) Scivolava, irreale, con l'ansimare agonico delle sue macchine e il ritmo sconnesso delle sue bielle che, da un momento all'altro minacciavano di tacere per sempre. [...]
Quella nave sbandata e quasi in rovina che lei vide al porto di Kingston è il miglior ritratto dello stato d'animo del suo capitano. Non c'era rimedio per nessuno dei due. Il tempo riscuoteva i suoi crediti.
I giorni del vino e della rose erano finiti per entrambi.
Alvaro Mutis, L'ultimo scalo del Tram Steamer



«Pochi giorni dopo questo dialogo sulla terrazza, entrò a Villa Rosa l’infausto messaggero che inviano gli déi per ricordarci che non sta nelle nostre mani il modificare neppure la più lieve particella del nostro destino. Giunse in forma di donna, con il nome slavo, evidentemente fittizio, di Larissa. I dadi stavano rotolando già da molto tempo prima delle nostre risoluzioni sulla terrazza. Lo scoprimmo presto».
Alvaro Mutis, Ilona arriva con la pioggia


Perché la morte, ciò che sopprime non sono gli esseri vicini e che sono la nostra stessa vita.
Ciò che la morte si porta via per sempre è il loro ricordo, l’immagine che si va cancellando, diluendo, sino a perdersi, ed è allora che cominciamo anche noi a morire”.
Alvaro Mutis, Ilona arriva con la pioggia


Ho sentito che al mio personaggio, a Maqroll il Gabbiere, un uomo così vissuto, dovevo dare un'amica assolutamente partecipe, una complice capace di entrare appieno nel suo gioco. È così che ho creato Ilona.
Álvaro Mutis






 Alvaro Mutis, L’ultima goccia di splendore.
E’ doveroso lanciarsi alla scoperta di nuove città.
Ci attendono razze generose. I pigmei meticolosi.
I grassocci e imberbi indiani della selva,
asessuati e bianchi come i serpenti delle paludi.
Gli abitanti delle piane più alte del mondo, stupiti
dinanzi al fremito della neve.
I deboli abitanti delle distese ghiacciate.
Le guide delle greggi.
Coloro che vivono in mezzo al mare da tanti secoli e che nessuno conosce
perché viaggiano sempre in direzione ostinata e contraria alla nostra.
Da loro dipende l’ultima goccia di splendore.
Restano ancora da scoprire luoghi importanti della Terra:
i grandi condotti da cui respira l’oceano,
le spiagge dove muoiono i fiumi che non vanno da nessuna parte,
i boschi dove nasce il legno di cui è fatta la gola dei grilli,
il posto dove vanno a morire le farfalle scure dalle grandi ali lanute
con il colore acre dell’erba secca del peccato.
Bisogna cercare e inventare di nuovo.
Resta ancora il tempo. Ben poco, è vero, ma è doveroso approfittarne.
 Alvaro Mutis, L’ultima goccia di splendore.


I perdenti sono le persone che più mi affascinano. Per me dietro ogni barbone si nasconde un eroe. Solo queste persone dimenticate riescono, come dice il poeta Álvaro Mutis, "a consegnare alla morte una goccia di splendore". È la fuga dal branco che ci porta a maturare spiritualmente. Così la solitudine diventa una possibilità di riscatto. E forse la vita, più che una corsa verso la morte, è una fuga dalla nascita.
Fabrizio De Andrè, Una goccia di splendore


Cioran, uomo di grande lucidità, diceva che la vita, più che una corsa verso la morte, è una disperata fuga dalla nascita. Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, quelli di un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all'ignoto. Questo è il primo grande disagio. Il secondo, non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire. Per me questa spaventosa consapevolezza è arrivata verso i quattro anni. L'uomo diventa "grande", diventa spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli. Ora, se a essi si aggiunge anche l'esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a "consegnare alla morte una goccia di splendore", come recita quel grande poeta colombiano che è Alvaro Metis. Se ti opponi, se ti rifiuti di attraversare e superare questi disagi, per sopravvivere ti organizzi affinché siano gli altri a occuparsene e deleghi. Questa rinuncia ti toglie dignità, ti toglie la vita. Credo che l'uomo, per salvarsi, debba sperimentare l'angoscia della solitudine e dell'emarginazione. La solitudine, come scelta o come costrizione, è un aiuto: ti obbliga a crescere. Questa è la salvezza.
Fabrizio De Andrè, Una goccia di splendore


"Smisurata preghiera" si ispira al libro di poesie "Summa di Maqroll il gabbiere.
Antologia poetica 1948-1988" di Álvaro Mutis. É considerata il testamento spirituale di De Andrè, che aveva, quasi trent'anni prima, cominciato la sua carriera discografica con una
"Preghiera in Gennaio".
É una della canzoni dove più si manifesta lo spirito anarchico e individualista di De Andrè.
É un grido contro le leggi e i compromessi imposti dalla società, dai più forti, dai più numerosi. Racconta a tal proposito l'autore:
"L'ultima canzone dell'album è una specie di riassunto dell'album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione... un'invocazione ad un'entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l'invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze."

"Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi... dire 'Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni' e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze. La preghiera, l'invocazione, si chiama 'smisurata' proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso."
http://www.fabiosroom.eu/it/canzoni/smisurata-preghiera/

Fabrizio de André ha preso ispirazione da questa Summa 
per una delle sue ultime canzoni più intense 'Smisurata preghiera'. 
La fine del viaggio è la morte a cui si consegna con la sua goccia di splendore:

Si addentrava tra alti scogli le cui lisce pareti verticali
penetravano docilmente un'acqua addormentata.
Navigava in silenzio. Una parola
il colpo dei remi,
il rumore di una catena sul fondo dell'imbarcazione
rimbombavano a lungo e inquietavano l'ombra fresca
che ispessiva a mano a man che si addentrava nell'isola.
Sul molo, una scalinata saliva soavemente
fino al promontorio più alto su cui fluttuava un ampio cielo in disordine.
Soltanto un uomo con una grande anima avrebbe potuto
scrivere una cosa così, una preghiera davvero smisurata.
L'eleganza, la forza, la grazia di quei versi, vestiti di una musica
come di sogno, non potevano che provenire dalla mente e dal
cuore di un artista immenso. Dubitai che forse dovevo essere io
tra i due, quello lusingato di aver incontrato l'altro.

Álvaro Mutis, 1999


Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere
Compositori: Alvaro Mutis / Fabrizio De Andre' / Ivano Fossati

https://youtu.be/RvEWdaRoduY


Amen di Álvaro Mutis (Colombia)
Che la morte ti accolga
con tutti i tuoi sogni intatti.
Di ritorno da una furiosa adolescenza,
all’inizio delle vacanze che non ti hanno mai concesso,
la morte t’ individuerà con un suo primo avviso.
Aprirà i tuoi occhi alle sue vaste acque,
t’inizierà nella sua brezza costante d’altro mondo.
La morte confonderà i tuoi sogni
e in essi riconoscerà i segni
da lei lasciati un tempo,
come un cacciatore che di ritorno
riconosce le sue tracce sull’aperto sentiero.

Amén de Álvaro Mutis (Colombia)
Que te acoja la muerte
con todos tus sueños intactos.
Al retorno de una furiosa adolescencia,
al comienzo de las vacaciones que nunca te dieron,
te distinguirá la muerte con su primer aviso.
Te abrirá los ojos a sus grandes aguas,
te iniciará en su constante brisa de otro mundo.
La muerte se confundirá con tus sueños
y en ellos reconocerá los signos
que antaño fuera dejando,
como un cazador que a su regreso
reconoce sus marcas en la brecha.
traduzione: Martha Canfield


da "Gli elementi del disastro" di Alvaro Mutis
Diceva Maqroll il Gabbiere:
Signore, perseguita gli adoratori del serpente lascivo!
Fa che tutti concepiscano il mio corpo come una fonte
inesauribile della tua infamia.
Signore, secca i pozzi che stanno in mezzo al mare dove i
pesci copulano senza riuscire a riprodursi.
Lava i cortili delle caserme e vigila sui neri peccati della
sentinella. Genera, Signore, nei cavalli l'ira delle tue
parole e il dolore di vecchie donne senza pietà.
Smembra le bambole.
Illumina la stanza del pagliaccio. Oh Signore!
Perché infondi quell'impudico sorriso di piacere nella
sfinge di stracci che predica nella sala d'aspetto?
Perché hai tolto ai ciechi il bastone con cui laceravano la
densa felpa del desiderio che li assedia e li sorprende
nelle tenebre?
Perché impedisci alla selva di entrare nei giardini e di
divorare i sentieri di sabbia percorsi nelle sere di festa
dagli incestuosi, dagli amanti attardati?
Con la tua barba da assiro e le tue mani callose, presiedi,
oh fecondissimo!, la benedizione delle piscine
pubbliche e il conseguente bagno degli adolescenti
senza peccato.
Oh signore! accogli le preghiere di questo scrutatore
supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto
nella polvere delle città, addossato alle gradinate di
una casa infame e illuminato da tutte le stelle del
firmamento.
Ricorda Signore, che il tuo servo ha osservato pazientemente
le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto.
Amen.



Alvaro Mutis, La paura.
Bandiera d'impiccati, contrassegno di barili, capitana della disperazione,
bidello di sodomia, sandolo oscuro che al calare della sera raggiunge la mia amaca.
E' allora che la paura fa il suo ingresso.
Passo dopo passo la notte va raffreddando i tetti di zinco, le cascate, le cinghie delle macchine, i fondi acri di miele impoverito.
Tutto infine soggiace al suo astuto dominio. Fino al terrazzo sale l'odore marcio del giorno.
Enorme piuma che evade e visita altre contrade.
Il freddo percorre le stanze più recondite.
La paura inizia la sua danza. Si ode il lontano e mansueto ronzio delle lampade ad arco, russare di pianeti.
Un Dio dimenticato guarda crescere l'erba.
Il senso di certi ricordi che mi invadono, mi sfugge dolorosamente: spiegge di tiepida cenere, vasti aerodromi all'alba, saluti interminabili.
L'ombra erige ebre colonne di terrore. Si inquietano i pisamos.
Capisco solo alcune voci.
Quella del'impiccato di Cocora, quella dell'anziano minatore che morì di fame sulla spiaggia coperto inspiegabilmente da foglie luccicanti di banano; quella delle ossa di donna scoperte nella gola dell'Orsa; quella del fantasma che vive nel forno di trapiche.
Mi segue una colonna di fumo, albero spesso di radici ardenti.
Vivo città solitarie dove i rospi muoiono di sete. Mi inizio a misteri semplici elaborati con parole trasparenti.
E giro eternamente dattorno al defunto capitano dai capelli d'acciaio. Mie sono tutte queste regioni, mie sono le famiglie esaurite del sogno. Dalla casa degli uomini non esce una voce di soccorso che allievi il dolore di tutti i miei seguaci.
Il suo dolore disseminato come l'aroma spesso dei zapotes maturi.
Il risveglio avviene all'improvviso e senza senso. La paura si dilegua vertiginosamente per tornare poi con energie nuove e opprimenti.
La vita sofferta a sorsi; bocconi amari che feriscono profondamente, ci colgono ancora di sorpresa.

Il mattino si riempie di voci:
Voci che vengono dai treni
dai bus delle scuole
dai tram di periferia
dalle coltri tiepide stese al sole
dalle golette
dai tricicli
dai burattinai di vergini infami
dal quarto piano dei seminari
dai giardini pubblici
da qualche stanza di pensione
e da molte altre dimore diurne della paura.
(da "Gli elementi del disastro")




Mutis (alias il Gabbiere):
Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un'altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell'altra possibile via d'uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell'altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l'avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell'ultima ora sarà quell'altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest'ultimo esame conciliatorio, perché non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante.
O il primo?
E per quanto l'errare sia vano, per quanto il cammino non conduca a nulla, è necessario percorrerlo. E' una ricerca interiore che, per onestà verso se stessi, non si può eludere - e lungo la quale in verità occorre superare diverse prove - a meno di non volersi aggrappare a facili, ma false, verità:

Segui le navi, segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita persino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.

Saremmo salvi, forse, se potessimo liberarci della nostalgia. Ma potremo mai giungere a sbarazzarci di quei compagni di vita tanto letali, eppure così umani - e a volte così cari - che sono i ricordi?

Apprendere, soprattutto, a non fidarsi della memoria. Ciò che crediamo di ricordare è completamente estraneo e diverso da quanto in verità è accaduto. Quanti momenti di un irritante e penoso astio ci riconsegna la memoria, anni dopo, come episodi di una spendida felicità. La nostalgia è la menzogna grazie alla quale ci avviciniamo più velocemente alla morte. Vivere senza ricordare è, forse, il segreto degli dèi.
Alvaro Mutis, La neve dell'Ammiraglio


La mia vita è fatta come se avessero cucito insieme capricciosamente gli scampoli che restano dopo aver tagliato un vestito.
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio


La donna, come le piante, come le tempeste nelle selve, 
come il fragore delle acque, si nutre dei più oscuri disegni celesti. 
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio

Mi incuriosisce oltremodo la maniera in cui si ripetono nella mia vita queste cadute, queste decisioni sbagliate fin dall'inizio, questi vicoli senza uscita la cui somma darebbe la storia della mia esistenza. Un'ardente vocazione di felicità costantemente tradita, quotidianamente smarrita e che si risolve sempre nella necessità di miseri insuccessi, tutti completamente estranei a ciò che, nel più profondo e vero del mio essere, ho sempre saputo che dovesse compiersi se non fosse per questa mia inclinazione a una continua sconfitta. Chi può capirlo?
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio, pag.16

Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un'altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell'altra possibile via d'uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell'altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano. Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l'avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi. Penso anche che allo scoccare dell'ultima ora sarà quell'altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest'ultimo esame conciliatorio, perchè non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante.
O il primo? Questa è una domanda su cui meditare in un'altra occasione.
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio, pag. 18/19


Stabilisco, cosciente della loro ingenua inutilità, alcune regole di vita. È uno dei miei esercizi preferiti. Mi fa sentire meglio e credo in questo modo di mettere in ordine qualcosa anche dentro di me. Vecchi retaggi del collegio dei gesuiti, che non servono a niente e non portano a niente, ma che possiedono questo carattere di benefica litania nella quale mi rifugio quando sento cedere le fondamenta. Vediamo.
Meditare sul tempo, cercare di sapere se il passato e il futuro hanno valore e se veramente esistono, ci conduce in un labirinto familiare, ma non per questo meno indecifrabile.
Ogni giorno siamo un altro, ma ci dimentichiamo sempre che la stessa cosa accade ai nostri simili. In questo, forse, consiste ciò che gli uomini chiamano solitudine. O è così, o si tratta di una solenne imbecillità.
Quando mentiamo a una donna torniamo ad essere il bambino abbandonato che non ha appiglio nel suo abbandono. La donna, come le piante, come le tempeste nella selva, come il fragore delle acque, si nutre dei più oscuri disegni celesti. È meglio saperlo fin da subito. In caso contrario, ci aspettano sorprese desolanti.
Una coltellata nel corpo di qualcuno che sta dormendo. Le labbra esatte della ferita che non sanguina. La vertigine, il rantolo, la quiete finale. Così alcune certezze che ci assesta la vita, l'indecifrabile, l'astuta, l'erratica e indifferente vita.
Bisogna pagare certe cose, di altre rimaniamo sempre in debito. Questo crediamo. Nel «bisogna» si nasconde la trappola. Continuiamo a pagare e continuiamo a essere in debito e molte volte non lo sappiamo neppure.
Gli sparvieri che gridano sopra i precipizi e volteggiano cercando la loro preda sono l'unica immagine che trovo per evocare gli uomini che giudicano, legiferano e governano. Siano maledetti.
Una carovana non simbolizza né rappresenta nulla. Il nostro errore consiste nel pensare che vada da qualche parte o provenga da qualche altra. Il significato della carovana si cifra nella sua stessa deriva. Lo sanno gli animali che la compongono, lo ignorano i carovanieri. Sarà sempre così.
Mettere il dito sulla piaga. Opera di uomini, compito bastardo che nessun animale sarebbe in grado di portare a termine. Stupidità di profeti e di ciarlatani indovini. Pessima genìa e, ciononostante, tanto ascoltata e tanto richiesta.
Tutto ciò che dicamo sulla morte, tutto ciò che si vuole ricamare attorna al tema, non cessa di essere un esercizio sterile, completamente inutile. Non avrebbe più senso tacere per sempre e aspettare? Non lo si chieda agli uomini. In fondo devono rendere necessaria la parca, forse appartengono esclusivamente ai suoi domini.
Un corpo di donna sul quale scorre l'acqua dei torrenti; le sue brevi grida di sorpresa e di gioia, l'agitarsi delle sua membra tra le schiume che travolgono rossi frutti di caffé, polpa di canna, insetti che lottano per liberarsi dalla corrente: ecco qui la lezione di un gaudio che, sicuramente, non tornerà a ripetersi.
Nel Crac dei Cavalieri di Rodi, le cui rovine si innalzano sopra un dirupo vicino a Tripoli, c'è una tomba anonima che porta la seguente iscrizione: «Non era qui». Non c'è giorno in cui io non mediti su queste parole. Sono chiarissime e nello stesso tempo racchiudono tutto il mistero che ci è dato sopportare.
Dimentichiamo veramente parte di quanto ci è accaduto? Non sarà piuttosto che questa porzione del passato serva da seme, da anonimo incentivo perché si riparta nuovamente verso un destino che stupidamente avevamo abbandonato? Misera consolazione. Sì, dimentichiamo. Ed è giusto che sia così.
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio, pag. 20/21


Sacra ispirazione dei miei patroni e antenati, delle mie guide e dei miei protettori di ogni ora, sii presente in questo momento di pericolo, diffondi il tuo coraggio, mantieni con fermezza la legge dei tuoi propositi, revoca il disordine degli uccelli e delle creature augurali e netta il vestibolo degli innocenti dove il vomito dei respinti si rapprende come un segno di sfortuna, dove gli abiti dei supplici sono macchia che confonde la nostra bussola, rende incerti i nostri calcoli e ingannevoli i nostri pronostici.
Invoco la tua presenza in questa ora e deploro con tutto il cuore la catena delle mie trasgressioni:
il mio patto con i leopardi nutriti nelle greppie, la mia debolezza e la mia tolleranza con i serpenti che cambiano pelle al solo grido dei cacciatori smarriti, la mia solitaria comunione con corpi che sono passati di mano in mano come verga che aiuta a passarei guadi e nella cui pelle si cristallizza la saliva degli umili, la mia abilità nell'ordire la menzogna di poteri e astuzie che sviano i miei fratelli dalla retta applicazione delle loro intenzioni, la mia inavvedutezza nel proclamare i tuoi poteri negli uffici della dogana e nei saloni della guardia, nei padiglioni del dolore e sulle barche dove fiorisce la festa, sulle torri che vigilano la frontiera e nei corridoi dei potenti.
Cancella con un solo tratto tanta miseria e tanta infamia, preservami con la certezza della mia obbedianza alle tue amare leggi, alla tua ingiuriosa arroganza, alle tue lontane occupazioni, ai tuoi argomenti desolati.
Mi consegno per intero al dominio della tua incontestabile misericordia e umilmente mi prosterno
per ricordarti che sono un viandante in pericolo di morte, che la mia ombra non vale nulla,
che colui che muore lontano dai suoi è come spazzatura calpestata negli angoli del mercato,
che sono il tuo servo e che niente posso e che in queste parole è racchiuso il metallo senza lega né impurità di colui che ha pagato il tributo che ti
si deve ora e sempre per la pallida eternità.
Amen.
Álvaro Mutis, La Neve dell'Ammiraglio, pag.  71/72



Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità di verità

…Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respiri muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità […]
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
Fabrizio De André, Smisurata Preghiera


https://youtu.be/zmDwPwDa6CY



Fabrizio De André, Smisurata preghiera.
Album: "Anime salve".
L'ultima canzone dell'ultimo disco di Fabrizio De André, Anime Salve (1996). 
Smisurata preghiera (ispirata dal "Gabbiere" di Alvaro Mutis) è invece secondo me non solo la somma dei percorsi del disco, ma anche di quelli della vita poetica di De Andrè. Fortissima la presenza di Mutis qui ripreso sia per la "Preghiera" di Maqroll, che al contrario recita "Ricorda Signore che il tuo servo ha osservato pazientemente le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto", sia in più punti, a partire da quel "gli elementi del disastro" che ricorda appunto una delle raccolte più note del poeta. Ma De Andrè attraverso la poesia stavolta ci offre un vero, grande affresco a tinte forte della solitudine libera e scelta, presupposto necessario per "consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità", perché l'uomo è individuo non esaltato dalla massa, dalla folla, dalla maggioranza, ma da essa annullato, appiattito, reso schiavo e complice di naufragi, scandali, disastri. Una condizione questa che necessita forza, tenacia ("direzione ostinata e contraria") ma sembra garantire soltanto una vita disagevole ed emarginata ("nel vomito dei respinti", "marchio speciale di speciale disperazione"). [...]
(Federico Moss)

Smisurata preghiera [...] è una specie di salmo di invocazione e di imprecazione sulle minoranze. Ed è costruita a partire da testi di Alvaro Mutis, che in un'intervista televisiva ha dichiarato che occorre un talento straordinario per sintetizzare un'intera opera in una sola canzone.
[Alessandro Gennari, in Le mie note a margine (intervista a F. De André)]

- "Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?".
"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto, si diverte a mettere in scena.
Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò un romanzo, La nave dell'ammiraglio, che trovai semplicemente straordinario. Allora cominciai a divorare tutti gli altri suoi scritti, e quando arrivai alla raccolta di poesie Summa di Maqroll-il gabbiere presi il coraggio a quattro mani:
gli domandai se avesse nulla in contrario a che mi appropriassi di qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria, per incastonarlo in una canzone che avevo in mente. In questo modo è nata Smisurata preghiera, e devo confessare che mai parto fu tanto soddisfacente".
Intervista di F. De André con A. Podestà (L'Espresso, 18 settembre 1996)

«L'ultima canzone dell'album è una specie di riassunto dell'album stesso:
è una preghiera, una sorta di invocazione...
un'invocazione ad un'entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l'invocazione è perchè si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.
Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi ... dire "Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni..." e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l'invocazione, si chiama "smisurata" proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»
(Presentazione dello stesso De André durante un concerto)

Dal sito Via del Campo, un'interessante analisi:
Giacomo Falconi -

Dalla Summa di Maqroll a Desmedida Plegaria (PDF)
Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere
Desmedida plegaria: La versione spagnola di Álvaro Mutis.

 ►

È opera dello stesso Álvaro Mutis e del compositore argentino Luis Bacalov.
E' stata interpretata dallo stesso Fabrizio de André (ma mai incisa in album, sebbene sia reperibile facilmente in registrazioni ufficiose) per la colonna sonora del film Ilona arriva con la pioggia (Ilona llega con la lluvia) di Sergio Cabrera.

DESMEDIDA PLEGARIA
Sobre los naufragios,
desde el Mirador de las Torres,
Lejana y sobre los elementos del desastre
De las cosas que suceden por encima de la palabras
Celebrantes de la nada
En un viento tán fácil
De saciedad, de impunidad

Bajo el escándalo metálico
De armas bluntas o en desuso
Conduciendo la columna
De dolor y de humareda
Que deja las batallas infinitas al caer de la tarde,
La mayoría está, la mayoría está

Recitando un rosario
De mezquinas ambiciones,
De temores milenarios,
De inagotables astucias
Cultivando tranquila
La horrible variedad
De su propia soberbia
La mayoría está

Como una enfermedad
Como un infortunio
Como una anestesia
Como una costumbre

Para quien viaja con obstinada y contraria dirección,
Con su estigma especial de especial desesperanza
Y entre vómitos de rechazados sus últimos pasos va dando
Para entregar a la muerte una gota de esplendor,
De humanidad, de verdad

Por quien en Aqaba curó la lepra con un cetro ficticio
Y sembró su travesía de celos devastadores y de hijos
Con improbables nombres de cantantes de tango
En un vasto programa de eternidad

Recuerda, Señor, a estos siervos desobedientes
A las leyes de la manada,
No olvides sus rostros
Que al cabo de la alternancia
Es apenas justo que la fortuna los toque

Como un descuido,
Como una anomalía,
Como una distracción,
Como un deber.
inviata da Riccardo Venturi



https://youtu.be/qA6AZ5ziAms



Versione in sardo campidanese di Stèvini Cherchi
Ho voluto mettere un'altra versione in sardo campidanese non per sminuire quella di Francu de Fabiis, che pure è bellissima (e che non avevo letto), ma solo perché la mia è cantabile rispettando la melodia dell'originale.
Una canzone che amo molto perché potrebbe essere un programma per noi sardi "minorizzati".

Faber, un’esempru po totu is Sardus
PREGADORIA STREMENADA

Apitzus de is afundaus
castiendi arta de is turris
incrubada e atesu de is elementus sciusciaus
de is cosas chi acadessint asuba de is fueddus
chi tzirimòniant de nudda
in d-unu fàtzili bentu
de satzadura de sfacidura.

In su scàndulu metàllicu
de armas imperadas e no
a ghiai sa coròndua
de dolori e de fumu
chi lassat totu is batallas a su scurigadòrgiu
sa majoria stat, sa majoria stat

arresendi un'arrosàriu
de speddieddus piticus
de timorias de mill'annus
de trassas chi no acabant
pesendi sullena
sa lista arrorosa
de is artivesas suas
sa majoria stat

che a una maladia
che a una malasorti
che a un'anestesia
che a un'imbitzu malu

po chini tirat deretu tostorrudu e contràriu
cun su siddu nodiu de nodiu disisperu
in su vòmbitu de is arreusaus giait is ùrtimus coscus
po intregai a sa morti unu stìddiu de luxentori
de umanidadi de beridadi.

Po chini in Aqaba sanàt sa lepra a pèrtia frassa de cumandu
e seminàt passendi su giassu de fèngia mala e de fillus
a nomìngius strambecus de cantadoris de tangu
in d-unu grandu programa de eternidadi

arregorda-tì o Deus de is serbidoris arrebellus
a sa lei de su tallu
no ti scarèsciat sa faci insoru
chi apustis tanti stontonu
est finsas bonu chi ddus agiudit sa sorti 

che a una faddina
che a una stramberia
che a unu sbèliu
che a unu doveri.
inviata da Stèvini Cherchi





L’infermiere – non abbiamo mai saputo il suo nome e lo chiamiamo sempre con quello del suo mestiere – era solito battezzare le nostre malattie con nomi di ragazze. E mentre le sue pazienti e sagge mani cambiavano i lenzuoli, egli domandava della nostra malattia come fosse stata una fanciulla che ci avesse accompagnato amorosamente lungo il penoso travaglio delle nostre notti.
Ah, quei nomi pronunciati da un letto all’altro come una litania di ricordi fermati sulle inebrianti soglie dell’infanzia! 
Alvaro Mutis


di Andrea Bajani.
Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.

Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: 
tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Gli ospedali, per lo scrittore e poeta colombiano autore di Un bel morir e di L’ultimo scalo di Tramp Steaner, erano un porto in mezzo a un inferno. Quello che succedeva lì dentro era la “enumeración interminable de los requisitos exigidos para zarpar de aquel puerto de maldición”, la ricerca di quei requisiti che, soli, avrebbero potuto portarlo fuori da lì. E se la morte fosse arrivata, pazienza. Avrebbe tolto alla vita la maschera:
“La morte benvenuta – scriveva –
ci esime da ogni vana speranza”.

D’altronde era uomo di porti e destini anche il leggendario gabbiere Maqroll, che proprio negli Ospedali d’oltremare si era affacciato e che poi sarebbe diventato l’eroe di tanti romanzi, da Ilona arriva con la pioggia a La neve dell’ammiraglio.

Sarebbe probabilmente inesatto dire che Alvaro Mutis prediligesse quei luoghi in cui la vita se la gioca fino all’ultimo, in cui non è un dato di diritto riportartarla a casa. Però è un fatto, che nella sua prosa la vita scorreva lì dove la morte le faceva da liquido di contrasto. E il gabbiere, che è l’uomo che sale sui pennoni degli alberi per manovrare la vela, è quello che più di tutti poteva capire dove il mare finiva e dove cominciava la terra.

Era questo il Gabbiere Maqroll, in cui forse in tanti lettori si sono riconosciuti per l’essere a metà del guado, uomo del mistero e del confine, avventuroso, malinconico, fatalista, arreso e inarreso al contempo. In tanti avevano provato a imparentarlo con qualcuno, a procacciargli un pedigree. I più gli proponevano Lord Jim o Marlow di Conrad, e Mutis lasciava parlare. Poi avanzava candidamente, e forse senza prendersi troppo sul serio, Melville e la lotta metafisica di Ishmael contro la balena.

In fondo i personaggi di Alvaro Mutis erano uomini di scoperta e di attesa, di solitudini estreme e di bramosa ricerca di una relazione con l’umano. Lui stesso l’aveva sperimentata sulla sua pelle, un’altra attesa, un’altra gabbia, un altro ospedale: nel 1959 era stato rinchiuso dentro il carcere messicano di Lecumberri, accusato di peculato. Da lì nacque il dolorosissimo Diario di Lecumberri, e quel libro in qualche modo unico che sono le conversazioni in carcere con Elena Poniatowska, le Cartas de Alvaro Mutis a Elena Poniatowska.

Da dentro la cella 52, sulla cui parete aveva appeso una foto del suo Marcel Proust, Mutis per quindici mesi salì su altri pennoni, cercando di capire dove finisse quel mare plumbeo che tecnicamente chiamavano detenzione e dove ricominciava la vita.Privato della relazione umana, per la quale sempre aveva vissuto, Mutis si sentiva stretto dentro una morsa, un gabbiere sopra una nave senza vento.

Poi uscì e il resto lo si trova nei libri, nei ricordi di Gabriel Garcia Marquez, nella Smisurata preghiera di Fabrizio De Andrè, che gli diede in qualche modo la fama in Italia.

E infine, oltre le porte di quell’ultimo ospedale d’oltremare dove Alvaro Mutis è andato a morire, a portare via ogni sua ulteriore vana speranza. È lì che si spalanca qualcosa di più grande e di più misterioso:

“Oh signore! – queste le parole ormai celebri di Maqroll
– accogli le preghiere di questo scrutatore supplicante
e concedigli la grazia di morire
avvolto nella polvere delle città,
addossato alle gradinate di una casa infame
e illuminato da tutte le stelle del firmamento”.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ricordando-alvaro-mutis/



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